Terrorismo, protesta sociale, fatti di cronaca e collegamenti insensati. Perché ora? Perché oggi?
C’è una grande miseria in atto, e c’è una grande disperazione in corso, la quale, come è (o dovrebbe essere) fin troppo chiaro, è alimentata dalla miseria che non dà tregua. E questo, a ribattere in concreto l’ottimismo generico dei politici di governo (D’Alema più volte: “siamo un paese ricco”). Miseria e disperazione genuina che coagulano, diventando una sostanza esplosiva di contrapposizione politica e sociale.
Così, mi pare che sia del tutto fuorviante collegare e legare fatti recenti con fatti lontani, andando a ripercorrere, con sintesi generiche, strade e conclusioni degli anni Settanta-Ottanta, ormai congelati o affondati nel mare della storia. Allora, rottami che affiorano? Nemmeno, direi. Oggi sono malanni collegati a diverse radici.
Per questo, vorrei appena ricordare (dato che in questo momento, tutto ciò che accade viene inserito dentro smisurati e svianti contesti) che il terrorismo ha due ragioni (due occasioni), una sociale e una politica. Ha una ragione politica, quando si è rivolto contro poteri di governo, contro ragioni strutturali di organizzazione politica e partitica, quindi ha finalità, ha obiettivi che si riesce a definire senza margini troppo vasti di errori o approssimazioni. Ha, invece, una motivazione sociale, quando è tutta la società nella sua organizzazione complessiva ad essere ragione e occasione di ripulsa e di attacco frontale. Questa ultima violenza, che si configura in una progressione lenta ma sempre più consistente, è la più difficile da definire, la più complessa, sia pure nell’apparente collocazione marginale e di base; infine, la più aspra da contrastare con i mezzi normali della repressione, a meno che non si scelga, non si voglia contrapporre fuoco a fuoco.
Ecco perché, a tutt’ora, le dichiarazioni e le conclusioni dei nostri governanti, a ogni livello, mi sono sembrate, in un contesto così drammatico, francamente avventate; di un semplicismo disarmante; esplicativo di un allarmante distacco dalla realtà profonda del nostro paese in questo momento (turpe) del mondo. Prendersela con, o riferirsi ai circoli anarchici e ai centri sociali, è soltanto la conferma dell’odiosa, tradizionale semplificazione di uno Stato arruffone, senza molte idee e, ripeto, senza un concreto rapporto con le necessità del Paese. E corrisponde, esemplificando, all’emissione di nuove tasse sulla benzina nei momenti di necessità finanziaria.
Ma insomma, la domanda che come cittadino avrei voluto ascoltare (con l’interesse di ascoltare la collegata risposta) era (sarebbe stata): “perché ora?”. Invece, hanno subito risposto: “perché oggi”.
In una società che da anni parla di finanza e soltanto di finanza, di tasse e soltanto di tasse, di aggravi fiscali e di sgravi fiscali, di pil e di pul, e in cui si è passati da un partigiano per presidente a un banchiere per presidente; in questa società, da tempo, non si sente proporre una diminuzione nelle spese militari. Tagli alle pensioni, sì; tagli all’assistenza medica, sì; tagli laceranti allo stato sociale, sì; mai all’acquisto di un carro armato, di un solo schioppo, di una pallottola. Valutiamo, anche solo economicamente, lo sperpero infernale al quale in vari modi abbiamo partecipato, in queste settimane di bombardamenti della Serbia: mentre la disoccupazione (fra assenza reale di lavoro, di lavoro nero, di doppio lavoro, ecc.), in ogni modo le statistiche la certificano come in aumento; mentre le industrie annaspano, sornione, a cercare soltanto aiuti e sovvenzioni.
Infine, diamo un’occhiata a Bologna, per un istante. Al problema di Piazza Verdi, mai in realtà risolto davvero, oggi si sono aggiunti i problemi di altre piazze, esplosi all’improvviso, sotto gli occhi di chi avrebbe dovuto antivedere. No, non è teppismo, almeno non è soltanto questo. Nel mare senza scialuppe dell’emarginazione, si affanna una umanità sempre più numerosa che è senza lavoro, senza presente, senza futuro, e addenta il mondo, allora, come si addenta un osso.
Per tutelare, sotto i nostri occhi, il Kossovo hanno spianato il Kossovo, costringendo gli abitanti a fuggire profughi a centinaia di migliaia. Si corregge un orrore, la pulizia etnica, con un diverso orrore, proponendolo (motivandolo) come intervento etico. Tutta forza, avendo capito quasi nulla delle necessità reali. Per le cose di casa nostra (una casa con numerosi puntelli, quasi fosse sinistrata), ogni onesto cittadino, io credo, si augurerebbe che l’intendimento dei governanti fosse meno arrogante, approssimato, e aggiornati piuttosto ai sussulti da vulcano di quella parte della società oppressa da problemi di sopravvivenza.
Zero in condotta, n. 86, 6 giugno 1999.
Informazioni aggiuntive
- Tipologia di testo: articoli su riviste
- Testata: Zero in condotta
- Anno di pubblicazione: n. 86, 6 giugno 1999


