Un pomeriggio in città

Continuo il tentativo di controllo “fisico”, tattile, dell’uso della città; di questa città. Il controllo ad ogni modo non è specifico né approfondito e quindi può essere generalizzato. Preciso che i riferimenti, fatti per scrupolo d’esattezza, debbono ritenersi dei pretesti e ciascun lettore, se crede, può sostituirli o completarli con dati personali, magari diversi. L’importante è arrivare a qualche conclusione, nella lettura particolare che propongo.

Dunque: la volta passata alludevo al pomeriggio passato al cinema Roma per vedere il film sovietico “Rubliov”. Il locale è gestito dalla cineteca comunale ad uso e servizio del film d’essai. Il primo spettacolo comincia alle 15,30 e il cinema apre alle 15,30 perché a quell’ora arrivano gli incaricati. C’è gente in attesa per la strada e sotto il portico. Si forma una fila nell’atrio mentre si svolgono le operazioni di sistemazione della cassa, dell’illuminazione, ecc.

Quando appare la cassiera sentiamo che nella sala, quindi in una sala ancora vuota, comincia la proiezione. È una piccola fortuna che i titoli di testa siano prolungati sicché quando entro (conto sette persone sedute) riesco a cogliere l’inizio esatto del film. Gli altri sono ancora, impegnati nell’atrio. Scelgo l’ultima fila di poltrone: dopo poco, alle mie spalle, per le finestrelle della stanza dell’operatore mi arrivano voci e suoni di un’opera lirica pucciniana (evidentemente il tecnico per vincere tedio e attesa ascolta qualche transistor). Il suono smorzato ma chiaro e irritante mi perseguiterà per tutto il primo tempo.

Quando lo spettacolo finisce il pomeriggio è passato. Questa saga narrativa ci ha interessati e decidiamo di tornare a rivederla per cavare, da una lettura ancora controllata, un giudizio più fermo; ma dopo alcuni giorni il film non è più in programmazione.

Cosa voglio concludere, a parte l’aneddotica privata? Questo: che il servizio pubblico, molto importante, è stato svolto sul piano tecnico-pratico in un modo spiccio e approssimativo (almeno in questa occasione); e che questa volta il “servizio” culturale è stato solo in piccola parte concludente, avendo accontentato una fascia limitata di spettatori e non avendo invece ottemperato a una promozione e a una divulgazione, meglio se gratuita, verso scuole superiori, gruppi universitari, ecc.; e infine che l’operazione complessiva non è stata confortata dalla necessaria pazienza (anche questa, pazienza politica) di volere aspettare che tutti (tutti quelli che sapevano e potevano), vedessero il film.

Potrei aggiungere che questa volta, in un caso importante, il servizio pubblico si è mostrato approssimativo e anche un po’ precipitoso; più di un servizio privato. Non dovrebbe accadere; mentre invece dovrebbe essere controllata, riesaminata, la distribuzione della comunicazione cinematografica, che è alterna nella varietà, nel peso delle proposte e risulta scollata, ad esempio, da quel grosso serbatoio specifico che è il corso Dams dell’università. Ma ho un’altra e diversa considerazione, faccio dunque un secondo esempio.

Uscito dal cinema, all’altezza delle Torri ho incontrato un amico straniero che mi propone di fermarci da qualche parte per parlare, tranquilli un momento. Ma dove? È allora che mi sono accorto in dettaglio che nel pugno di metri compresi fra via Rizzoli, via Indipendenza (inizio) e via Ugo Bassi, sono 15 (dico quindici) le sedi o le grandi agenzie bancarie raggruppate come un alveare formicolante. E che al contrario, un solo luogo che consenta o concili un incontro, un rapporto non c’è. Si può allora concludere ancora una volta che l’emarginazione della “presenza” contadina dal centro della città (addirittura dalla città), presenza che si proponeva anche negli incontri settimanali del venerdì – e vorrei aggiungere: dai quali conseguiva per la stessa città una serie di stimoli che solo la malizia del potere ufficiale poteva definire regressivi – ha creato un vuoto culturale “lacerante”; mentre si è fatta intollerante l’aggressione possessiva (e suadente) di gruppi di potere.

L’emarginazione definitiva della cultura contadina dalla città e la sua relegazione nei centri museografici (i quali raccolgono i reperti di una lunga storia, numerati e schedati come brandelli di anfore spicconate fra la sabbia), se è ormai un dato di fatto che bisogna purtroppo soltanto registrare, propone però come urgente la riappropriazione della città e del suo centro alla vita “quotidiana” dell’uomo, ai suoi sentimenti oltre che alle sue scadenze bancarie.

Anche in uno scontro così impostato, si accende la carica alternativa di una cultura e la posizione di una comunità.

 

 

 

Chi comunica che cosa e come, l’Unità, 16 gennaio 1976.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: 16 gennaio 1976
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