Sondaggi editoriali o “manipolazione”? (II)
Per inciso: confermano subito questa conclusione (cioè che il popolo è sempre pronto e attento a rispondere alle sollecitazioni culturali, purché proposte nei modi, entro i termini e coi mezzi dovuti) alcuni altri dati che sunteggio questa volta dal Bollettino della Biblioteca nazionale centrale di Firenze. Il Bollettino porta l’elenco delle opere pubblicate nel 1900, in tutto 9975; ebbene fin da allora basta una indicazione a capovolgere subito l’opinione di inguaribile letterarietà della nostra cultura e della nostra società: le opere di medicina sono 1090 e le opere di agricoltura, industria e commercio sono 1251, mentre sono 698 le pubblicazioni religiose e solo 30 i volumi di romanzi e di racconti.
Ma, come dicevo, le notizie più interessanti si ricavano dal primo opuscolo già citato (I libri più letti dal popolo italiano ecc., pubblicato nel 1906) in riferimento alla tiratura e alla vendita dei volumi. Cuore è a parte con 330.000 copie oltre alle edizioni illustrate; ma la Vita militare di De Amicis ha venduto 60.000 copie; 40.000 Il padrone delle ferriere;44.000 Il piccolo mondo antico del Fogazzaro; e di questo autore molto noto anche Daniele Cortis ha 35 edizioni, Malombra ne ha 29. E poi nel corso dell’inchiesta un libraio di Milano affermava: “Buoni lettori sono invece gli operai, guidati per lo più da un senso pratico o razionale nella scelta dei libri e degli autori”. Seguiva a questo punto una tabella generale dalla quale risultava che essi leggevano soprattutto Zola, Hugo, Salgari, Tolstoj (con prevalenza degli opuscoli di carattere sociale), Verne, Sue, Guerrazzi, Ponson du Terrail, Sienkiewicz, ecc. Ma era interessante anche la conclusione dell’inchiesta, lasciata al direttore della Biblioteca del popolo di Verona: “Certo se i libri tecnici, veramente popolari, fossero in maggior numero, la rubrica Scienze applicate troverebbe maggiore fortuna. Gli operai richiedono assai manuali che li aiutino nella professione, manuali d’arte e di disegno, ma spesso li riportano senza frutto perché sono d’un grado troppo elevato per chi non ha fatto studi preparatori”. E allora per un altro riscontro pratico che possa affiancare ma purtroppo non ribattere una affermazione (questa affermazione) di settant’anni fa, apriamo per un momento il n. 2 del settimanale Tuttolibri. Ho ricordato la volta scorsa: 200 le note bibliografiche, di queste 11 dedicate ai “problemi della scuola” e 4 alle “professioni tecnologiche”; le prime per un prezzo medio di 3.250 lire a volume, le seconde di lire 7.250. Ebbene, nessuna sezione, nessun riferimento a opere di carattere popolare relative agli argomenti a cui ho appena accennato. Non Einaudi, non Laterza, non Feltrinelli, Mondadori, Garzanti, Editori Riuniti, Mazzotta, Savelli, Bertani, Guaraldi. Molte opere (lussuose e illustrate) su vini, bottiglie e liquori ma nessuna sulla tecnica di lavorazione; molte opere (lussuose e illustrate) su tutta la cucina della zia e della nonna per le gentili signore, ma nessuna opera sul modo di gestire, coltivare e produrre secondo tecniche nuove e nuovi esperimenti. Per questo verso l’editoria italiana è secca e vuota; veramente un campo abbandonato.
Eppure. Eppure anche questa breve e semplice incursione fra passato e presente in cerca di alcune cifre e diverse conferme non mi sembra infruttuosa; permette di cavare una prima deduzione (tornando con la dovuta monotonia a proporla) senza sottostare alle lacrime o ai sorrisi di un potere squallido nella sua ubiquità. E la conclusione è questa: là dove hanno operato in qualche modo istituzioni culturali adeguate la classe operaia ha sempre risposto con una partecipazione piena alle proposte; anzi, ne ha promosso altre ancora; là dove sono stati offerti sul mercato editoriale strumenti necessari di lavoro e di ricerca a prezzo adeguato, la classe operaia ha sempre risposto con uno slancio che si potrebbe definire unitario, secondo le specifiche esigenze di studio e di lavoro. Purtroppo è vero che, in generale, il gran mercato della comunicazione è gestito con formule di un rigido classismo e secondo una perfida discriminazione; per cui l’emarginazione culturale, se si accetta il gioco proposto, diventa inevitabile e improrogabile. Quanti editori impegnati a sinistra hanno programmato collane tecniche professionali, collane economiche di pratica agricola che, quando ci sono, non siano centoni retrodatati o traduzioni ormai scadute ma invece opere originali e organiche stese da specialisti responsabili? Una seconda domanda: quale collana editoriale oggi, negli anni Settanta, può rappresentare l’aggiornamento o il superamento e il seguito dei manuali dell’editore Hoepli? O della collana economica e popolare di Sonzogno? Questa collana non c’è ancora perché la logica economica della cultura ufficiale non vuole.
Piuttosto si propende per le enormi inutili vuote enciclopedie da vendersi porta a porta. E occorre appena ricordare che neppure la leggendaria “Cooperativa” del primo Feltrinelli aveva impostato qualcosa di simile. Credo che questo vuoto da riempire debba essere un nuovo impegno per l’editoria seriamente impegnata. I posti di vendita cooperativistici e aziendali sono aperti e disponibili per promuovere accettare e distribuire sul serio una editoria non soltanto ideologica o di storia dell’ideologia ma una editoria tecnica, agraria, professionale a basso prezzo e ad alto contenuto di novità; una editoria non più dedicata ai grandi viaggi, ai grandi vini, alle grandi cucine e ai grandi uomini; ma una editoria finalmente dedicata – secondo una definizione che mi sembra stimolante in assoluto e ancora tutta valida – alle arti e ai mestieri.
“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 21 novembre 1975.
Informazioni aggiuntive
- Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
- Testata: l’Unità
- Anno di pubblicazione: venerdì 21 novembre 1975


