Ròiss graffiti

Cosa vuole Ròiss, cosa cerca Ròiss? È una prima domanda legittima, perché sembra sempre che egli giri intorno alle cose, tentandole. Con una certa ironia astiosa che finisce per allontanarle, nel momento in cui egli potrebbe allungare la mano per stringerle un poco. Forse perché piuttosto che guardare davanti, dove finge di guardare, Ròiss si sbircia sempre allo (a uno) specchio? Narcisista ironico e furibondo mutilatore di farfalle rese pazze dalla luce o da un lume? Fuori o dentro la realtà? Fuori o dentro a una qualche ricerca di verità? È tutto impegno o solo gioco?

Dato il manipoletto di domande che sopravvengono, si può evincere (come dicono i sindacalisti o i politici) che a un primo incontro la posizione, la fisionomia di questo autore che ormai non è più di primo pelo, è sfuggente: o almeno così può apparire. O non riesce a definirsi. Oppure tiene e contiene un poco di ciascuna verità, mescolandole e mescolandosi.

Forse sarà anche così, ma non credo. Anzi non lo credo affatto, altrimenti non starei qua a farmi domande in questo pomeriggio di domenica mentre fuori nevica e ho qualche problema urgente da risolvere. Credo, invece, che una riflessione in merito a questi testi (e legandola a ciò che so e ho letto in passato di Ròiss stesso) possa servire un poco anche a me, stabilendo alcuni nessi dentro ai testi che tengo sotto gli occhi.

Intanto sono convinto di una cosa. Quale che siano le mie conclusioni finali (che cercherò di chiarire e spiegare, sia pure brevemente), i testi di Ròiss, e quindi questo autore, hanno una densità di umori, un respiro lungo e duro, un ansimare frequente di chi ha corso a lungo, che ne convalidano almeno l’autenticità di origine. Voglio dire che hanno motivazioni, o almeno alcune motivazioni di fondo, rilevanti. Nell’ordine del politico, intanto, che intendo come scontro diretto e non in prospettiva, ogni giorno, con la realtà che non ci piace e che, proprio per questo, e non perché ci offende direttamente, contestiamo.

Poesia politica, dunque? Poesia sociale? Poesia impegnata, secondo la vecchia aborrita formula? Direi, piuttosto, tanto per spiegarmi, poesia del reale. Non come volare sull’ala di un uccello di fuoco, ma come precipitare dalla sua ala.

Questa partecipazione sempre ingrummata dentro le cose, o sulle cose (viste e intese come “cose” generali), determina il moto sussultorio ma persistente, nel senso della durata, di questa scrittura e di questi testi che sembrano, sulle prime, nella successione, elidersi a vicenda (come se ciascuno, seguendo, spegnesse con un soffio il respiro del precedente), ma che in realtà, appena vengono considerati con la necessaria attenzione, si compenetrano, si recuperano, si sovrappongono, tendono ad accumularsi e a formare un unico canto, un solo lungo (e insistito) discorso.

Per esempio, i suoi “Graffiti” (la sua “visualità”). Non certo disegnati sul muro, come per una rabbia improvvisa; ma elaborati, selezionati, provati proprio per un lazzo calcolato; motivandone tutti gli umori, che restano scoperti (volutamente) ma non disarmati, non rapidamente cancellabili. A contrario. In questi segni c’è il senso, immediato, di una resistenza all’usura; direi, una resistenza al consumo; quasi si disponessero, così schierati in una successione da parata militare, a durare da inverno a inverno, ritenendosi non affidati a un fragile destino. E anche questo dato mi sembra una costante, positiva, in Ròiss.

Questa insistenza; questa apparente indifferenza per il risultato immediato; questa duplicità di atteggiamenti che tendono a premere contro i segni per stamparli, come una grande manata, sul foglio; al fine di una lunga durata e di una altrettanto lunga attesa.

Alle volte c’è come la sciatteria (calcolata) di una comunicazione rapida e pronta (da manifesto), altre volte una concentrazione affannata, ma resistente, di dati e segni che vengono enunciati e disposti con una precisione maniacale. A significare una vitalità e una inquietudine, dentro a una allegria un poco iraconda delle idee, che sono il connotato di questo solitario non rassegnato; anzi piuttosto giulivo dentro alle piccole tragedie, se può interrogarle o interromperle con i segni di una scrittura costante.

 

 

 

(Pubblicato già nel Catalogo della esposizione personale alla Galleria Bonaparte, Milano, giugno 1983)

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su libro
  • Testata: Solitario nel rifiuto, di Enzo Rossi-Ròiss
  • Editore: Severgnini
  • Anno di pubblicazione: 1993
Letto 8259 volte Ultima modifica il Venerdì, 08 Marzo 2013 17:24
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