L’addio di “Odissea” al poeta Roberto Roversi

“Muoiono i poeti senz’altro rumore che di pagina voltata”

(Lelio Scanavini)

 

Con la scomparsa a Bologna di Roberto Roversi, lo scorso settembre, non muore solo un poeta vero, muore il poeta più dignitoso, più coerente, più appartato, più singolare che io abbia conosciuto. Un poeta che non ha concesso nulla alla chiacchiera mediatica, che non si è fatto coinvolgere (come il 99% dei letterati italiani) nel becero sistema culturale delle star e delle soubrette, tanto in voga dalla fine degli anni Sessanta in poi e divenuto ora la cloaca televisiva e spettacolare che conosciamo. Non ha voluto diventare un uomo di potere nelle strutture delle case editrici, delle riviste e degli apparati culturali. Ha rifiutato tutto questo e all’apice della sua notorietà (i più giovani non sanno che i libri di Roversi erano pubblicati da Einaudi, che aveva fondato “Officina” con Pasolini, aveva dato vita a “Rendiconti” che era un punto di riferimento di Vittorini, eccetera, eccetera), disgustato dall’andazzo che aveva preso l’editoria, trasformatasi in industria culturale, aveva troncato ogni rapporto con essa, e si era messo a scrivere e diffondere i suoi materiali poetici, su ciclostilati che mandava agli amici e a chi ne faceva richiesta. Foglietti clandestini come si fosse trattato della Russia ai tempi del dissenso. E aveva dato il suo appoggio a tutte quelle iniziative di base, autogestite e povere; a tutti quei fogli a stampa autoprodotti, a quelle riviste marginali, lontane dai circuiti ufficiali e dagli intrighi, dalle gelosie, dai narcisismi. Lui, dignitosamente, aveva continuato a guadagnarsi da vivere facendo il venditore di libri antichi nella sua libreria “Palmaverde” in Via dei Poeti, nella sua Bologna che a partire da un certo periodo lo aveva anche molto deluso. Ricordo ancora un suo duro articolo su l’Unità intitolato: “Maledetta Bologna, maledetta Italia!”. Da quello che ora posso ricostruire, avendo smarrito un vecchio diario, i miei contatti con lui risalgono agli anni Settanta, ricevendo io i suoi materiali e le rivistine dove questi comparivano. Poi negli anni Ottanta mi mandò i suoi versi per due antologie poetiche da me curate per minuscole editrici: Il magico negli occhi (prefazione di Mario Spinella e copertina di Ernesto Treccani), e Addio a Proust; quest’ultimo volume gli sembrò fin troppo elegante. Alla fine di quegli anni nasceva l’esperienza più innovativa nel panorama editoriale italiano: la casa editrice Gitti, che in rivolta contro una degenerazione divenuta intollerabile, lanciava il suo manifesto: pubblicare libri di autori il cui nome doveva essere noto solo a un notaio. Un comitato altrettanto anonimo avrebbe letto senza pressioni o condizionamenti del nome i dattiloscritti, e scelto sulla base dell’importanza, della qualità, cosa pubblicare. La copertina avrebbe portato la dicitura “romanzo anonimo”, e l’autore si impegnava a restare anonimo per 5 anni. Questo, secondo gli ideatori della sfida, avrebbe moralizzato il settore, posto un freno alla valanga di libri inutili e permesso di pubblicare solo quando ci si imbatteva in un libro che lo meritava. L’iniziativa ebbe molta notorietà e la stampa si scatenò. Giovanni Tritto, che sosteneva economicamente l’impresa, prese contatti con un gruppo ristretto di letterati ed intellettuali. Io ero il più giovane della compagnia, e Roversi, per la sua storia ed il suo rigore, non poteva non essere un nostro punto di riferimento. Andammo in Via dei Poeti ad incontrarlo, dopo numerose telefonate, chiarimenti e preziosi consigli. Fu fra i primi a dare la sua adesione, a far parte del comitato di lettura. Ho rinvenuto la cartolina da me ideata per i lettori e che inserivamo nei singoli volumi: il nome di Roversi compare per primo fra i sostenitori dell’idea. E i primi due romanzi anonimi pubblicati dalla Gitti, portano in quarta di copertina, una nota a firma di Roversi e una a firma mia. Roversi favorì la presentazione a Bologna dell’idea e dei libri. La sorella ci ospitò in una serata memorabile nella sua bella casa nel centro della città, alla presenza di tanti letterati, scrittori, militanti della sinistra libertaria come Franco Berardi (Bifo) e semplici lettori che acquistarono i libri pubblicati e ci sostennero. Roversi in quegli anni non si tirò indietro neppure davanti ad un’altra bella esperienza, che nasceva proprio nella sua Bologna, ma che si articolava con redazioni in altre città: quella di Milano faceva capo a me. Nasceva la rivista trimestrale “TempOrali” con a latere anche un supporto editoriale per la pubblicazione di libri. Su quella rivista Roversi non fece mancare la sua voce, né i suoi consigli. Nel 2001 mi mandò i testi per uno splendido volume cartonato: Le luci del Bauhaus, che l’amico Giuseppe Bonura si incaricò generosamente di introdurre. Conteneva una serie di tavole pittoriche di Gianfranco De Palos e poesie inedite di Spaziani, Loi, Sanesi, Gramigna, Menicanti (due inediti rinvenuti postumi dalla nipote), di Alda Merini, Cruz Varela, Droogenbroodt, Lunetta, Bisutti, Guarracino, di altri amici, e persino del poeta cinese Li Shizeng più noto con il nome d’arte di Duo Duo.

La sua stima nei miei confronti non venne mai meno e nel marzo del 1992 scrisse la post-fazione al mio libro di racconti Manhattan; libro che lui stesso definì strano e che spiazzò più di un critico e lettore. Portati in teatro quei racconti tutti dialogati e che per il teatro erano stati concepiti, diedero la misura della loro novità. Il libro uscì solo nel 2005, ma quando lo ricevette ne lodò la cura e la pulizia. Gli sono rimasto sempre affezionato e se, a mia volta, ho continuato a stare fuori dalle bande culturali, se ho scelto la marginalità e di segnare la mia inimicizia contro il potere, lo devo anche e soprattutto alla sua lezione morale. Questa estate, scrivendo un breve racconto dal titolo La vena nera del destino, mi ero ricordato della domanda che un giovane mi aveva fatto durante un incontro pubblico, e cioè come mai mi ostinassi a stare dentro la marginalità, pur godendo dell’amicizia di tanti importanti scrittori. Gli avevo mostrato il braccio, indicato la mia vena nera del destino e detto che contro il destino non si può andare: il mio era di stare contro il potere e dentro la marginalità. Perché non sono né una soubrette né una star, sono uno che costruisce parole, parole pericolose, parole acuminate. C’è la lezione di Roversi in queste parole e in questa scelta.

Rigoroso fino alla fine, il poeta bolognese ha lasciato disposizioni precise: ha voluto che la notizia della sua scomparsa fosse data il giorno dopo, senza esequie ufficiali, cerimonie o commemorazioni e ha scelto di farsi cremare. La famiglia ha acconsentito che il Consiglio comunale della città gli rendesse omaggio solo con un minuto di silenzio.

 

 

 

Odissea, anno X, n. 2, novembre-dicembre 2012.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Autore: Angelo Gaccione
  • Tipologia di testo: testimonianza
  • Testata: Odissea
  • Anno di pubblicazione: anno X, n. 2, novembre-dicembre 2012
Letto 8534 volte Ultima modifica il Venerdì, 05 Aprile 2013 13:37