Premessa

C’è un’immagine persistente, così diffusa da rischiare lo stereotipo, circa la figura di Roberto Roversi, quella del poeta appartato e catafratto in un gelatissimo isolamento: e la reciproca, affidata alla storiografia letteraria ufficiale, che prima lo riconosce giacobino deluso e confinato in uno stato della restaurazione (cova bile e disprezzo, col pizzo cospirativo) e poi uomo solo, col tramite solo della poesia che cerca scava connette dentro all’evo folle e dispersivo che è il nostro (e siamo ormai all’altezza cronologica delle Descrizioni in atto, gestite con rigore anche tipografico e distributivo).

Del resto, riguardo al suo lavoro, lui stesso ha parlato una volta di pallore pariniano: ciò che subito rinvia ad un esercizio poetico spezzato e continuamente ricomposto, che dalle prove giovanili (petrose, di creta scabra e faticata) arriva nel centro pulsate di queste lasse o notizie (già accorpate nel ciclo delle News, con scarto alloglottico). La poesia siede ad un tavolo e apprende paziente, magari scorda di cantare.

A fondarla è un rovello etico, che inventa la propria teleologia nei risultati cognitivi, di lettura pretta della realtà: sempre la metafora si chiude nell’insistente concomitare di tali due istanze. Ma l’atto pervenuto della conoscenza non implica distacco: ingenera invece un accoglimento risentito, pietas, laddove l’etimo fa premio sull’accezione circolante del termine. Lo strumento poetico, emancipato dai modelli (riconosciuti nello ambito meno ortodosso dei vociani) rifiuta misure precodificate; esso è arma specifica, duttilissima, ma non separata, nel senso che non chiude anzi si alimenta di altre forme del sapere.

La poesia di Roversi va e torna dalla realtà, intesa quale rifornitrice plenaria di cose uomini idee sentimenti, sobillata (è stato detto) da un oscuro e insieme luminoso nettare conoscitivo. Ma con un fastidio, o presagio o rimorso d’impotenza secondo cui anche «grammatica e futuro finiranno», come avanza il poeta chiamando il dettame surrealista (l’Eluard livoroso degli estremi anni trenta?).

Adesso impattiamo testi tutti coniugati al presente pure se allusi, sullo abbrivio del titolo, in una mitica epoca classica; in un tempo (questo tempo) che teorizza l’arcadia autarchica, l’innocua solitudine del mercato, sono innanzitutto invettive scagliate come sassi.

Così, tra l’orrore dell’inferno contemporaneo additato e il furore (che meglio si direbbe euforia) del nuovo atto poetico.

E i testi in questo volentieri si leggono: perché davvero non vogliono bastare a se stessi.

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Autore: Massimo Raffaeli
  • Tipologia di testo: testimonianza
  • Testata: Trentuno poesie di Ulisse dentro al cavallo di legno
  • Editore: Alberto Ribichini Editore (100 copie numerate)
  • Anno di pubblicazione: 1981
Letto 3365 volte Ultima modifica il Venerdì, 05 Luglio 2013 15:38