“Poi, da solo, andai verso via…”
I
I buoni libri inducono a impressioni variamente traccianti e variamente sovrapposte; e a tali, come lettore, mi aggrego e mi accingo a trascriverle. Intanto, e mi scuso, per un momento sento di ricordare (di dover ricordare) che fra il 23 marzo e il 25 marzo (giorni in cui ho riletto i testi qua dentro contenuti) sui quotidiani in prima pagina (fra i tanti) apparivano le seguenti intitolazioni:
Israele uccide il capo di Hamas: lo sceicco Yassin –
Al Qaeda minaccia: “Pagheranno gli USA” –
Il numero due di Hamas Rantisi e le Brigate Ezzedin al Qassam:“Adesso sarà guerra aperta. Vendetta di tutti i musulmani” –
Sharon: “Un diritto ucciderlo” –
Samone (Ivrea), Porta il velo, non può fare la maestra –
Il patto scellerato di Tanzi per tenere a galla la Parmalat –
Rifiuti, i sindaci bloccano i treni –
Israele, Ragazzino Kamikaze a 14 anni.
II
I sopradescritti sono alcuni degli accadimenti entro i quali, o circondati dai quali, si muove ora dopo ora la nostra vita in questi giorni di ferro. Con l’aggiunta di altre notizie caratterizzanti le nostre vicende italiane. Gli annunci non sono purtroppo molto nuovi né oltrepassano la drammaticità quotidiana; tuttavia, vanno pure trascritti come in un campo circoscritto da un filo spinato, entro il quale anche la poesia si affatica per mantenersi viva (attiva) al fine di poter rintracciare o identificare un percorso che consenta di avviarsi a un approdo – o all’approdo stabilito – di verità.
Si affatica, ripeto, e cerco di precisare, dovendo portare sempre sulle spalle sia il peso di una singola vita, sia quello altrettanto necessario o inevitabile di una società intera; di una dannata improvvida generosa e disperata generazione, impegnata a contrastare o a rinnovare dati e pensieri.
III
Comunque, quale sia il travestimento di essa poesia, non può rinunciare al suo impegno di sopravvivere agli eventi che tendono a frantumarla o a renderla ballerina, sia essa vestita di maglie ferrose, oppure da irridente Pulcinella distributore di miasmi di saggezza popolare e furbesca, oppure davvero in divisa da soldato dannato estenuato e ferito, infine da solitario irto auscultatore di cuori trafitti o da camminatore per forre e sentieri, che non sa ascoltare (non vuole mai ascoltare) i consigli dell’antica saggezza per rivestirsi di nuove foglie, di nuove spine, di nuovi allori.
IV
La poesia è vita ed è una (corpo intero e sistema astrale) – come credono bene tanti buoni lettori – pur avendo cento braccia. Questo vuol dire, con questo si vuol ripetere (ogni volta è necessario, dal nostro punto di vista, farlo) che ogni lettore ha le sue legittime rogne affrontando un testo, deducendone alla fine articolate emozioni o ripulsioni. Lasciando, a quanti sono assisi in tribuna fuori dal campo di gara e di tormento, il compito o l’impegno di stilare diagrammi e formulare rinnovate ipotesi per arrivare a rimestare periodicamente le carte al fine di ribadire l’autorevolezza di rigide supposizioni.
Appunto: la critica che rimescola le carte o clicca sul video, illudendosi di entrare con passo diritto nel cuore del mondo mentre, e si vede bene, resta sempre in un comodo prato, lontana dai luoghi dove divampano i fuochi. Le indicazioni qua appena sfiorate non inducono ad alcuna tentazione di approfondimento testuale né di consenso imitativo o di riflessione contestativa.
V
Da dentro al campo di furibonde vicende, dove all’erta fra tanti si intravedono anche vecchi soldati sbattuti dalla sorte, ma nonostante tutto ancora di buon braccio e di buona lena, le cose – direi, le faccende – stanno dunque diversamente; non sono affatto quiete e costringono a continui confronti che strappano la pelle; sottraendosi alle lusinghe delle manipolazioni istituzionali; che a conferma (e a supporto) della propria astuzia hanno perfino inventato come ultimo mortificante schiaffo all’intrepida e indistruttibile bandiera della poesia, il premio alla carriera (alla carriera poetica). Rabbrividente.
VI
La raccolta omogenea, diretta, dei testi di Jemma strettamente confluiti in questo volume, induce appunto un lettore (ripeto, non sarò il solo, credo) a riferirsi a tutti questi elementi nozionistici e variamente riflessivi, di cui sopra, come su una costruzione eretta sovrapponendo riferimento a riferimento, dato a dato. E, per mio esempio, dai testi mi sono così sentito trascinare dentro al fiume degli eventi.
VII
Tale, infatti, mi risulta essere, alla conclusione, quest’opera. Un itinerario di percorrenza – Jemma è infatti, se non erro, non un Ulisse navigatore ma un Ulisse camminatore. Poi, elargitrice di suono incalzante ma senza violenza (come dentro a un luogo illuminato ma deserto, in attesa di amore e di morte). Come a inseguire con il piede il singolare intreccio del piancito sacro che risplende e intimorisce. Ci sento infatti sotteso un suono quasi sacrale, che gorgoglia in gola come un canto della memoria che si è perduta e chiama e ricerca.
Itinerario o percorrenza che pestano la scarpa (il tacco, il piede) sul cuore reale (dunque non artefatti, non di fantasia) della città, per sprofondare nelle sue vie, nei suoi vicoli come dentro a vene palpitanti di sangue; dentro alle sue più segrete latebre; in una sorta di viaggio di apprendistato o di estrema inquietudine che emblematicamente potrei definire dantesco (nella sua tormentata e faticosa essenzialità), per sfiorare e poi per cercare davvero di arrivare al raggiungimento di una estrema ma irrinunciabile verità, che è chiarezza di speranza; e che consente in ogni modo di districarsi dai lacci di una miseria vitale che obbrobriosamente ci circonda non regalando per il momento alcuna vittoria duratura alla cattiva sorte; continuando a immergersi nelle strade, che devono sempre condurre a un qualche approdo, tanto più utile giusto vero se di proposito ricercato senza sosta.
VIII
In altre parole ancora: in questo deambulare in apparenza soltanto seccamente turistico o puntiglioso (e articolato in un fittissimo reticolo), si va alla ricerca del proprio destino (senza invocare pietà) non negletto né del tutto sperduto ma come obnubilato dalla cappa dei giorni attuali, che non consentono davvero comodo alcuno. Un viaggio di ricognizione di vita e di autentica redenzione sacrificale dai miasmi dei cupi deliri; un viaggio di virile necessaria riconquista di un rinnovato dolore che non si nega a una speranza non più mortificata, agitata invece da un approdo che non sia un misero rifugio ma una esaltante conclusione; consentita, perché guadagno di una lunga fatica.
È come (l’esemplificazione non è affatto irriverente ma consentita dal lavoro inesausto sul campo) rivoltare l’animo o il proprio corpo o gli intimi pensieri (scorrenti come su un mare) dentro a un foglio di carta di un giornale (recante le intitolazioni ricordate all’inizio) per scontrare dentro all’orrido e stupefacente cuore del mondo l’esaltante vitalità della vita che non si arrende, che non abbassa la sua bandiera, ma che obbliga ciascuno di noi a cercarla anche con affanno, e camminando dentro alla notte più fonda, sotto la pioggia più gelida; perseguitati dal buio più atroce, dalla salita più erta; ma arrivando a intravedere alla fine il filo di luce di una porta socchiusa, che si può anche spalancare per lasciarci fuoriuscire (a rivedere sole o stelle; perché a questo in qualche modo ci induce il periplo arduo incalzante sconvolgente segnalato da Jemma). Un itinerario dantesco da anni duemila, consumato dentro a un piccolo ambulacro di pietre e asfalti; ma che ha sovrastante, immanente o esplodente, la parola luce. La luce sovrana; quella che ci è assegnata per sorte e che noi speriamo ogni giorno e ogni giorno, disperati, cerchiamo.
Informazioni aggiuntive
- Tipologia di testo: prefazioni / postfazioni
- Testata: Decisioni. Plenilunio di novembre, di Salvatore Jemma
- Editore: Gallo et Calzati Editori
- Anno di pubblicazione: 2004


