La lunga notte dal ’74 ad oggi: perché gettare la spugna?
Le manciate di grano
Nei primi giorni d’agosto del 1974 non c’era rimasta molta gente a Bologna e il caldo padano premeva addosso con la sua afa umida e dura. Ma il giorno nove la piazza Maggiore, contenitore delle tempestose passioni politiche e delle lotte vere del popolo bolognese, si riempì fino all’inverosimile per accompagnare e seguire il funerale dei poveri morti dell’attentato al treno “Italicus”. Ricorderò quel giorno, l’ho affermato più volte, come uno dei più stravolgenti della mia vita. Nella piazza che man mano si riempiva di gente fino a straripare ci restai dalla mattina alla sera fonda e ascoltai le voci e parlai con la gente che, tutta, voleva parlare e anzi era venuta lì proprio per parlare per ascoltare per cercarsi per incontrarsi e non già a commemorare. Quei morti erano oggetto di uno straordinario rito collettivo. Parlare per capire, per decidere, per ritrovare e rinnovare la volontà e per continuare a battersi in qualche modo, dentro al giro dei giorni, in difesa della propria libertà. Ciascuno con decisione, con molta decisione, ma mai con disperazione; con rabbia dentro le idee, ma mai con rabbia dentro le parole. Poi a metà pomeriggio, sulle teste fischiatissime delle eccellenze ufficiali (da Leone presidente agli altri capi) ascoltammo un discorso di Renato Zangheri, sindaco della città, che ebbe il grande pregio di restare fuori da ogni retorica e anzi di interpretare con verità il sentimento della gente che lo ascoltava. Disse fra l’altro: “Su queste bare non diciamo vane parole… l’omaggio di Bologna viene dal cuore di una città che è antifascista senza incertezze, civile e nemica della violenza e della sopraffazione; è un segno di lutto e di compianto intimamente sentito; è anche, vuole essere, atto di condanna ferma degli esecutori del delitto, dei mandanti, delle centrali interne e internazionali che reggono le fila di una mostruosa strategia della tensione e del crimine… Qui la democrazia affonda nella vita stessa e nella storia, non si riduce a riti formali; qui il popolo conosce tutte le asprezze e tutta la nobiltà di una lotta che sa essere suprema”. Con queste parole quel giorno la città intera ancora una volta ha parlato.
Oggi siamo nell’estate dell’Ottanta e “dio, dio, quante cose son successe i questi anni” ha esclamato ieri, quasi a se stessa ma in realtà rispondendo a un redattore di giornale, una donna bolognese. Infatti da allora sono già passati sei anni e noi siamo, nei primi giorni di un altro agosto torrido, ancora in piedi, inebetiti dal dolore e dall’orrore a contare ancora una volta morti e morti. Un massacro. Povera Italia, povera città di Bologna, ecco che cercano ancora una volta di strangolarvi dopo avere seminato la morte. E io, in una tragica e personale sequenza, ho davanti agli occhi il giorno dell’8 settembre 1943, quando la parte di Bologna vicino alla stazione e poi la stazione stessa furono devastate da un attacco aereo terrificante e subito dopo correvo dentro al fumo e fra i morti nelle strade cercando mio padre. Passai anche davanti alla stazione che bruciava.
Oggi l’impressione mi sembra uguale, mi trapassa dentro. Provo lo stesso sentimento di chi vive in mezzo a una tragedia appena accaduta e non può, non vuole ancora emotivamente crederci. Era già terrificante e insopportabile, era già ignobile il lungo elenco di attentati, uccisioni plurime e singole accaduti in questi anni a partire da Piazza Fontana; si pensava che la follia fratricida che non risparmiava nessuno si acquietasse contro il muro duro e generoso del sentimento popolare che non vacilla; e che la violenza feroce e inutile si fosse conclusa dietro la lezione degli avvenimenti che non concedevano speranza di proroga o futuro.
Invece siamo di fronte a una tragedia che non concede neppure il fiato di una domanda e che non sopporta più neanche una risposta. Questa di oggi è lì come il segno o l’urlo di un grande naufragio collettivo.
Possiamo anzi dobbiamo senz’altro continuare a far ripartire i treni per le vacanze, come è giusto. Possiamo anzi dobbiamo pure continuare ad ascoltare i discorsi ufficiali conditi di giusti sdegni, di altrettanti sacrosanti auspici e di sicure promesse mai mantenute. Ma è vero che dall’indagine ufficiale sapremo qualcosa, se mai lo sapremo, fra cento anni, a che nel frattempo il pianto a noi si seccherà in gola. Intanto continueremo a seppellire i nostri morti e noi continueremo a restare vivi fino a che una qualche morte magari raccolta nel modo più semplice o più disarmato non sorprenda anche noi. Tanto è labile, scucita la nostra vita, che sembra non avere più sicurezza di niente e ricevere sicurezza più da niente. Allora buttiamo la spugna? Non possiamo, ecco tutto. Perché a una conclusione di rinuncia e di privato e pubblico sfacelo certamente vogliono che si arrivi; intendo, quelli che seminano questa morte con periodiche manciate di grano. È certo che una rete fitta fitta soffoca e preme l’Italia, questa Italia. Ma l’Italia non è ancora un pesce da pescare, un tonno da mattare. Rispettiamo e vendichiamo i morti restando dei vivi che nel lavoro di ogni giorno non si danno tregua per difendere come possono e come sanno questa straziata ferita insanguinata braccata calpestata ma nostra democrazia.
Infatti è proprio non accettando la morte – questa morte – che si può dare quel po’ di libertà che ci resta anche agli altri. Quel po’ di libertà che ci resta e che tuttavia è una libertà straordinaria.
il manifesto, 4 agosto 1980.
Informazioni aggiuntive
- Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
- Testata: il manifesto
- Anno di pubblicazione: 4 agosto 1980


