Un poeta polemizza con “il manifesto”. Clemenza o inclemenza, solo il popolo di Marzabotto può decidere

Vent’anni fa, anzi, più precisamente, il 1961, feci il mio primo e modesto commento al documentario di un amico e regista esordiente, Carlo Di Carlo, intitolato la menzogna di Marzabotto. Questo cortometraggio, che mi commosse profondamente mentre si faceva, era stato voluto e promosso dallo stesso comune di Marzabotto, dal suo sindaco, dalla sua giunta, come una prima risposta, intanto, a un libro dello scrittore Lothar Greil, appena pubblicato inGermania con il titolo «Die Lüge von Marzabotto»: la bugia, la menzogna di Marzabotto. In quelle pagine, che adesso dovrei andare a cercare, si sosteneva in generale che gli orrori e le stragi accadute a Marzabotto erano una invenzione della resistenza e della sinistra italiana; e che lì (ripeto: in quei luoghi stupendi del primo appennino bolognese, popolati da gente libera e fiera), lì era avvenuta una normale azione di guerra, con normali conseguenze di guerra; e che la tragedia intorno era una aggiunta inventata a cui non si doveva prestare fede. Non si doveva prestare una fede storica, una fede basata sui dati e sui fatti – che sono quelli che contano. Ricordando questo voglio solo far notare, se mai fossenecessario, che periodicamente il problema di cancellare Marzabotto non come sacrario di memorie atroci (però solo di memorie) ma come luogo urlante e perciò sempre vivo di fatti che un popolo intero si porta addosso e dentro al sonno più duro; il problema di cancellare Marzabotto come vergogna e inferno per delegarlo semplicemente a un luogo di domenicale rimembranza era già in atto da allora – e si stava sdipanando con paziente perizia. Fu la replica della comunità compatta che bloccò e continuò a bloccare una conclusioneche era non di pietà e di giustizia ma solo politica e di una squallida pratica politica di alleanze e confronti. Oggi la questione torna a bruciare nelle ferite aperte e piene di sangue. Un tribunale senza faccia, senza nerbo, senza voce, e solo con pochi e rapidi segni d’oro sulla manica stabilisce in una stanza non di dare verità, non di dare o fare giustizia, ma soltanto di legittimare una prevaricazione indotta dal potere ufficiale. Il quale aspettava da anni – dietro anche a interessate premure – l’ora il giorno il minuto dichiudere per sempre una questione che scottava e scotta. Ripeto: in questo atto non c’è giustizia. Anchese ciascuno di noisabene, sulla pelle viva, che non è l’odio che può accontentare i morti. Non l’odio prolungato, non la prolungata persecuzione.

Ma non è di questo sentimento o di altri sentimenti che si tratta nella occasione presente. In queste ore, quello che si deve fare e seguire è capire lo stato d’animo della gente di Marzabotto e accogliere senza ombra di dubbio l’obiezione prima che, a nome di tutti, ha espresso il sindaco, cioè che solo deputato a stabilire clemenza o inclemenza, perdono opena, libertà o detenzione è il popolo; e che a lui solo, radunato e interpellato nella piazza del paese, spetta decidere. Reder è un uomo grasso e vecchio più dentro a una tomba che dentro la vita, ma il suo sedicesimo battaglione SS in tre giorni, dal 29 settembre all’1 ottobre dell’anno di guerra l944, da Pioppe a Creda, Roncadelle, Castellino, Cerpiano, Caprara, San Martino, Cadotto, Colulla, Apelle, Sperticano, Ca’ Peguzzi, Steccola, Tagliadazza, San Giovanni Prunaro, spazzando via col fuoco paesi interi, si è lasciato alle spalle 1830 morti. Sabbioni Otello, anni tredici; Sabbioni Adriano, anni dieci; Sabbioni Giovanni, anni sette; Sabbioni Irene, anni cinque; Sabbioni Bruna, anni due; Sabbioni Desiderio, anni settantatré; Sabbioni Gaetano, anni trentotto… per me, nessuno può giudicare del dolore di un popolo se non il popolo stesso.

 

 

 

il manifesto, 17 luglio 1980.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: il manifesto
  • Anno di pubblicazione: 17 luglio 1980
Letto 7255 volte