Come uso la mia città

Riprendo gli interventi dopo una interruzione per il periodo delle lunghe feste; durante il quale, e fuori collana, ho pubblicato alcune considerazioni su “Bologna d’inverno” con le quali intendevo proporre, si pure con la dovuta semplicità e da un’angolazione specifica, un problema che a mio parere va sviluppato e approfondito.

Questo: se è giusto ritenere che Bologna, amministrativamente (e anche l’Emilia intera, nella sua connotazione), è una città “campione”, è anche giusto concludere che come tale ha dubbi, pericoli, impegni fuori della norma; e naturalmente ha anche ingranditi e sotto il riflettore i successi e tutto l’impeto delle provocazioni problematiche e delle innovazioni. In altre parole, essendo o avendo scelto di essere città “campione”, Bologna è anche, o deve essere, una città “pilota”.

Non può consumarsi in restrizioni; deve procedere svelta e proporre con cautela, ma sempre con intensa curiosità e tensione, soluzioni nuove e diverse che possono servire da riscontro per gli altri; gli sbagli che ci sono, e sono inevitabili, deve raccoglierli da terra correndo. Può permettersi molto questa città, tranne di sbadigliare. La noia, in questo caso, sarebbe un segno d’impatto; così come un altro segno indicatore di rallentamento e di stasi sarebbe la manovra di routine, l’imbarazzo ad agire o la soddisfazione del consenso istituzionalizzato; oppure una soddisfazione inquieta ma in apparenza impercettibile e rimossa. In tale caso simile alla rassegnazione.

Se si accetta questo punto di vista, sia pure nella situazione attuale così grave di impegni terribili che coinvolgono la vita di centinaia di migliaia di lavoratori, Bologna (e dunque l’Emilia) deve muoversi tenendo l’occhio ad obiettivi più avanzati; anche se all’apparenza, ma solo all’apparenza, non così impellenti da richiedere di doverli subito affrontare. Invece ecco un’altra constatazione: questa città non può rimandare; non può esimersi neppure di affrontare e discutere i dettagli. Né d’altra parte può essere coinvolta nella preoccupazione generalizzante che contraddistingue l’impegno di tante altre città italiane passate solo dopo il 15 giugno nelle mani di una amministrazione sana e responsabile; le quali città, trovandosi di fronte il proprio volto devastato o comunque manipolato, devono ordinare con scrupoloso criterio l’ordine privilegiato degli interventi e dei guasti da riparare o a cui provvedere. Certo non è concesso neppure a Bologna, o proprio a Bologna, di spendere per sperpero o per sperimentazioni generiche; ma per ricerche di laboratorio, che siano indispensabili, sì; credo di sì. Non solo è concesso ma è necessario, né più né meno di un grande complesso tecnologico che affida al suo centro di ricerca, continuamente alimentato, le programmazioni future, il suo stesso futuro.

Questa è una premessa che vuol valere per il discorso da fare e che vuole intanto completata da brevi considerazioni meno generali. Com’è stato più volte ripetuto, ciascuno di noi ha il suo modo, cioè il suo bisogno, di consumare la città in cui vive; di usarla mentalmente o praticamente. Dunque ciascuno ha il suo modo privato di adattarsi alla città, di conoscerla; c’è l’amatore delle vecchie pietre, l’erudito delle antiche storie, il giovane che vuole andarsene, l’operaio che la conosce solo di domenica, l’immigrato che la intravede come un alone di luce, giallo e lontano. Ma tutti, o quasi tutti, hanno la necessità e il modo dell’uso continuo, dalla mattina alla sera, come utenti paganti dei vari servizi; dell’uso quotidiano della città nella sua integrità e senza privilegi; cioè senza la gamma delle agevolazioni borboniche che servono la boria del potere e che fanno di un cittadino un parassita. Quindi, con i lettori che mi leggono, posso anch’io parlare delle cose che tocco con le mani, o dei relativi problemi che saltano via.

Se è giusto fare così, e mi pare sia giusto, ho dispiacere adesso che lo spazio sia finito. Comincerò dunque la prossima volta a raccontare, in due parole, le mie tre ore al cinema Roma per vedere Rubliov. Come un esempio che può forse essere generalizzato partendo proprio da riferimenti particolari e locali.

 

 

 

Chi comunica che cosa e come, l’Unità, venerdì 9 gennaio 1976.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: venerdì 9 gennaio 1976
Letto 7530 volte Ultima modifica il Giovedì, 01 Agosto 2013 14:05