Bologna d’inverno

Le sere d’inverno. Le lunghe sere d’inverno a Bologna. Si dice: Bologna è Bologna. Oppure: Bologna la grassa, Bologna la turrita, Bologna la dotta. E ancora: i bolognesi sono “cordiali”, sono propensi al buon mangiare, al buon bere, al buon fare l’amore; in una parola: al buon vivere. O in altre parole: sono goderecci – con simpatia. Così le donne bolognesi devono essere, secondo l’ovvietà della tradizione, “prosperose”, calde, pronte al riso ma non all’invettiva (come le romane o le fiorentine); casalinghe ma non troppo, buone madri ma senza la sdolcinata tenerezza, buone lavoratrici per lo più attente ai fatti politici o dentro a questi fatti con dedizione.

E poi: Bologna ha i portici, ha le torri, ha il fascino segreto di una dispersa corruzione pontificia che scivola ancora come uno spiffero per le strade; e per “corruzione” intendo l’abitudine (tutta ovattata) a una certa quantità di cinismo che non è poi un veleno ma un correttivo forse giusto all’ottimismo che sostiene la nostra vita. Questo “ottimismo” non è una felicità senza problemi o una indifferenza stravagante o una disposizione sentimentale e acritica ma la propensione a fare, nonostante tutto; lo scegliere “sempre” di procedere; il cercare con una curiosità che si rinnova, che è sempre giovane. Volevo intanto arrivare a questo: quando dico che Bologna è Bologna intendo dire che Bologna è una città giovane; che i “miei” bolognesi sono giovani.

Ma gioventù è movimento, è cercare, e andare-venire con una giusta insoddisfazione, con curiosità, impazienza (l’ho appena detto); allora, scendendo nel particolare di questa nota, vediamo “come” la città consenta o come cerchi di mantenere sempre attiva questa “comunicazione” di raccordo, cioè come distribuisca il proprio sangue e i propri umori e come consenta di utilizzare ogni proposta culturale; come riesca a collegare un punto a un altro dei suoi centri culturali (in determinati momenti) e, soprattutto, come abbia inteso collegare il suo cuore con i nuovi polmoni dei quartieri. Cioè il servizio pubblico come offerta immediata e continua di un mezzo che mi trasferisca al luogo designato – e che proprio per la tempestività dell’offerta ripetuta riesca a vincere anche una giustificata pigrizia. Dunque l’autobus soprattutto, e per esempio. Ho l’impressione che si possano muovere alcune precise obiezioni, per questo verso.

Io adesso guardo la città sotto la galaverna delle sere d’inverno, solcata dai micidiali spifferi che corrono lungo i cento portici e le cento strade e centrano il cuore. È allora che questa amabile città diventa perfida come un gatto arrabbiato e ti pianta una lama gelata nella schiena. In queste sere sembra (o sembrerebbe) giusto chiudersi in casa – e così risolvere ogni problema. Ma se è così, o se fosse così, sarebbe anche giusto che la città spegnesse tutte le luci, chiudesse i cancelli come si fa alla Certosa o ai Giardini Margherita e si disponesse a dormire fino a domani, restando inerme a lasciarsi divorare e abbandonando i suoi bolognesi schierati davanti alla tivù a inalare il veleno del messaggio calcolato.

Così facendo la città – la città come cultura, la città come lingua, la città come ideologia – sarebbe persa o alle corde e Bologna non apparirebbe diversa da tante altre. Bologna invece non s’addormenta né spegne le luci: anche nelle sere d’inverno propone incontri e scontri, invita al colloquio nelle sale aperte, invita a partecipare, dibattere, intervenire. È a questo punto che riscontro la mancanza di un raccordo “viabile” immediatamente funzionante tra le varie membra della città. Infatti dopo le ore venti, e per quanto si riferisce al suo sistema di trasporto pubblico – che è di fondamentale importanza anche ai fini culturali – la città entra in un sopore statico; i vari quartieri sono automaticamente emarginati con la soppressione di parecchi “percorsi” e col rallentamento “costante e pesante” dei passaggi nei percorsi che vengono mantenuti.

In conclusione questo servizio pubblico diventa abbastanza precario e approssimativo. In queste condizioni la scelta, per chi deve muoversi, è fra restare in casa o usare l’auto. Anzi sembra scontato che si debba avere l’auto; per gli altri, il letto. Ma per quanti non hanno la macchina, anche per avere accettato come giusto il discorso sull’uso autonomo del trasporto pubblico come servizio primario? Per questi non c’è nemmeno il dubbio di una scelta.

Questa diminuzione calcolala di viabilità che contrassegna la vita notturna della città corrisponde al gesto di chi dormendo spegne la luce ma non cessa tuttavia di respirare (non si dimentica di farlo). Così la città amputa di proposito una fetta della propria “carica” comunicativa rilasciando mandati autonomi per i tronconi dei quartieri, che anziché essere e continuare a essere settori pulsanti e intercomunicanti, si riducono a essere dei deliziosi ghetti, isolati gli uni agli altri, dei paesi vicino a dei paesi, ma senza interferenze legittime e concrete.

Invece il “dopocena” è da considerare non come un più o un soprappiù della vita di una città ma come una parte integrata e forse più caratteristica, interessante e aperta; che bisogna sempre e senza soste, nell’organizzazione della cultura, riempire di giusti propositi e di utili, programmi; col conseguente impegno di predisporre i necessari raccordi perché questi programmi vengano fruiti non dalla solita minoranza di attenti o di addetti ai lavori ma da quanto più pubblico, sempre, è possibile.

Di sera le luci non si dovrebbero abbassare ma accendere; e non per bandire una scriteriata licenza ma per convalidare l’attento fervore di operazioni culturali incrociate, al cui stimolo e alla cui fruizione – dunque – deve sovraintendere in modo determinante la nuova e organica agibilità dei servizi di trasporto urbano. Di notte si deve sempre dormire? o restringersi in casa come all’ovile? certo, se non facciamo in modo di predisporre con un’offerta attenta del mezzo di trasporto quanta più gente è possibile a intervenire, a scelta, a uno dei vari programmi culturali proposti.

Certo, a monte, sta un ben più ampio discorso generale sulla programmazione completa di una comunicazione alternativa che la città, per proprio vantaggio, deve decidersi a fare (e non come una astuzia politica ma come scelta globale, all’interno del proprio futuro). Ma intanto permane l’impegno di riempire sempre, e utilmente, le sere dei bolognesi. Dunque senza lasciarli a piedi. Dunque senza abbassare le saracinesche e attenuare e luci. Se no – e non vogliamo – con la nebbia a Bologna scenderebbe la noia.

 

 

 

L’Unità, martedì 24 dicembre 1975.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: martedì 24 dicembre 1975
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