Un poeta: Roberto Roversi

L’ho conosciuto poco più di un anno fa. M’era stato dato un indirizzo dal vecchio preside del mio liceo e si trattava di un inesistente numero di via Caduti di Cefalonia. Attorno alla sua dimora un silenzio equivoco come se si trattasse di un esiliato pericoloso. Un uomo da non conoscere o da dimenticare. Eppure quel vecchio antagonista degli anni di liceo mi aveva parlato di Lui con rispetto e ammirazione, un giorno caldo d’estate nella sua casa foggiana. Annaspava e chiedeva il contributo della mia vista per rintracciare tra mucchi di libri «Il sogno di Costantino».

Quando finalmente trovai il piccolo volume edito da Einaudi ne lessi alcuni versi. Notai, mentre leggevo, che sollevava i suoi occhi spenti dietro la coltre degli occhiali spessi ed abbozzava un sorriso di godimento sul volto ieratico. Quando ebbi finito, scuotendo il capo sussurrò a labbra quasi serrate: un classico moderno. E con una certa aggressività: – non è vero, poeta? – Io ero confuso nel confessare di non conoscerlo e sapevo che per lui questa mia ignoranza era eresia. Mi parlava ora di lui, come al liceo mi parlava del suo grande Pascoli. Lo aveva conosciuto negli anni sessanta sul Gargano ed aveva ricevuto in seguito un grazioso dono di vini emiliani. Di lui apprezzava oltretutto la coerenza ideologica, la libertà di pensiero ed il rigore morale. Mi disse di rintracciarlo e di portare i suoi saluti.

 

Cercai Roberto Roversi.

 

Non mi mortificava la condizione di chi vive da 15 anni in un città e ignora che tra le sue mura vive uno dei maggiori poeti. M’offendeva l’ignoranza di molti bolognesi. Molti ne ignoravano l’esistenza ed altri ancora lo confondevano con qualche altro Roversi.

 

Lo trovai nella sua libreria antiquaria Palmaverde di via Castiglione. Fu un caso, un tentativo riuscito, una domanda rivolta alla persona giusta. L’accoglienza formale fu cordiale. Chissà perché ne associai l’immagine a quella di Lelio Basso. Quasi la stessa figura, la statura morale, l’impegno politico e quella punta di barba bianca. Un’impressione che non sono mai riuscito a togliermi di dosso. I miei versi lo convinsero. Ero ansioso di sapere, di conoscere quale fosse il poeta che lui vedeva in me. E quando mi disse Pasolini, pensai che avevo fatto centro. Sì perché Pasolini era stato uno dei suoi migliori amici.

 

Dopo questo primo incontro mi diedi a cercare tutto quanto era stato scritto su di lui, ma il risultato che ne ricavavo era inautentico, stereotipo o artificioso come sono tutte le immagini dei letterati tracciate da altri letterati, critici e no. Quei pochi scritti pubblicati e che ero riuscito a trovare mi davano di lui un’immagine diversa, che dovevo verificare giorno dopo giorno durante i nostri brevi incontri. Mi convinsi di trovarmi di fronte ad un uomo raro pervenuto troppo presto o troppo tardi in questa società. Un Don Chisciotte consapevole che i giganti sono solo mulini a vento e non corre più armato nella pianura. Nel suo rifugio, protetto da un muro invalicabile di libri conduce la sua guerra silenziosa alla mortificante cultura ufficiale, al giochi di potere, agli ottoni sfiatati dei letterati di mestiere, alle vergogne dei premi letterari con i loro rituali e le loro farse, alla decadenza politica.

 

Un poeta. Un intellettuale di stile educato e non conformista. O meglio un saggio che sotto la pressione della sua forza ribelle, esce dal silenzio del suo bunker cartaceo con scritti che onorano l’intelligenza – conforme a quel ritratto di personaggio antico che mi dipinse il vecchio preside del liceo.

 

Ora mi pare che tutti conoscano Roberto Roversi, tutti in Italia e fuori. A Bologna, la sua città, molti ne ignoravano ancora l’esistenza.

 

 

 

Al Biassanôt, anno 2, n. 1, 20 gennaio-20 febbraio 1978.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Autore: Aldo Pedicino
  • Tipologia di testo: articolo
  • Testata: Al Biassanôt
  • Anno di pubblicazione: anno 2, n. 1, 20 gennaio-20 febbraio 1978
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