Roberto Roversi: Il dolore è grande

Il dolore per la morte di Roberto Roversi è grande. Lo è anche l’insegnamento che rimane. Lo sono le sue parole che inconfondibili come sferzate filtrano da centinaia di pagine ciclostilate o libri tipograficamente più decorosi. Versi, canti, idee e giudizi che bussano alla porta del presente, del suo colpevole silenzio, simili allo sguardo di un atleta, che pur fra i primi pensa all’ultimo della fila, alla sua pena, sempre. All’apparente ironia degli sconfitti. Della sua opera vasta, ancora poco conosciuta e complessa, tutto deve e vuole rimanere. Tutto dovrà essere letto e riletto con scrupolo, senza soluzione di continuità. “Prendere o lasciare”, compreso gli sgarbi. Impossibile farne una cernita istituzionale, meritocratica o gradevole, secondo le delatorie intenzioni dei critici, sofisticati italianisti in cerca di cattedra. In lui non è possibile separare ciò che è scritto e detto dalla cronaca degli avvenimenti; dagli strilli di copertina, dai bombardamenti, dalle insonnie del vicino di casa, dallo zampettio docile d’un cane o dall’insonnolito borbottio della cucuma del caffè. Ogni pagina rimanda all’altra. Ogni verso alla sua variante prosastica o accensione misteriosa. Ogni paragrafo necessita di una chiosa extra-testuale. Simile alle spighe di luglio. Alla messe che dopo il lavoro invoca con orgoglio la falce; ma poi la teme, come insegna Cesare Pavese nelle pagine migliori. Delle sue inquietudini di poeta mite, indaffaratissimo e vero avversario d’ogni gramigna che si camuffa “nel falso bello” poco è stato detto, ci sarebbe un ben altro da dire. Deformato dal peso della realtà più che dagli anni, mai arreso alle arguzie del potere letterario e dell’industria telematica, Roversi era un pesce. Magari rosso. Nel senso che dormiva ad occhi aperti, come nei romanzi di De Luca. Conscio di un modernismo (o post-modernismo) che tronfio fora la pelle, stritola senza pietà, o trama sotto lo sfondo di sette cieli tecnologici; cielo divino del tutto nuovo, diversamente ugualmente ingiusto. I suoi versi sanno come potare le ali all’Angelo della storia, per via di quel torcicollo ritratto da Kandinsky. Mai in gara per eccesso di narcisismo, o atti di vanità in luogo pubblico, Roversi era un guerriero, come lo ha definito Giuliano Scabia in un suo recente e commosso ricordo, un guerriero disarmato che disertava i riti della vittoria, sempre assente nell’ora dell’aperitivo. Inutile invitarlo. Specie se era un amico a invocarne la presenza. Soprattutto se era un amico. Forse, e dico forse, si sarebbe contraddetto, lo avrebbe fatto di persona solo per il suo Enzo re, in piazza grande a Bologna, confuso insieme agli altri, con l’ausilio di Arnaldo Picchi. Come Giordano Bruno sapeva quanto: “la mente cade in una lieve confusione allorché non si accorge che il continuo è si presente in tutte le cose”. Intuiva più d’ogni altro come il ramo d’ulivo pesa sul becco del Colombo / ne deforma l’inclinazione – due versi non suoi ma che amava ripetere. Pochi scrittori della seconda metà del ’900 come Roversi hanno saputo restituire con segno vasto, veritiero e ineccepibile i tempi andati e quelli in cui viviamo – di un’Italia devastata, fatta a pezzi, prima con Le descrizioni in atto, poi L’Italia sepolta sotto la neve e quindi Tre poesie e alcune prose. Era un letterato vero, di prima qualità che ha mantenuto vive e intatte le ragioni civili e la dignità della nostra poesia, certamente di quella migliore: da Leopardi a Manzoni, da Pascoli a Sereni, Caproni e Zanzotto, con un’elaborazione del verso mutevole incessante, originale, che ha dato e darà frutti negli anni e nei poeti a venire. Non appena un editore avrà il coraggio doveroso di ristampare l’intero corpus della sua opera a prezzi popolari. La “Poesia non è né utile né inutile e tanto meno, poi, sublime (se mai, subliminare). Non è l’ultima spiaggia e neppure l’utopia delle utopie. Non è pessimismo, non è ricostruzione, non è conforto, non è intrattenimento, non è un mestiere. Non è elegiaca, né lirica, né di protesta né sperimentale. È solo, forse (si può dire?), specchio e oggetto di un desiderio, del Desiderio” è scritto per esclusione nel quarto numero della rivista «Discorso Diretto» (1981), per tentare ancora una volta di definirla. Vi è elencato ciò che la poesia “non” è. Per Roberto Roversi invece la poesia è l’insieme di tutte quelle cose: con un senso di libertà, fedeltà al mandato dell’autore, inteso in senso classico e post-romantico, di cui aveva straordinaria coscienza senza farsene vanto. Ha fatto bene Fabio Moliterni a citare Pasolini, un poeta che anch’io amo: “L’autenticità, per usare una vecchia parola, distrugge l’inautenticità” in apertura del monografico: Roberto Roversi: Un’idea di letteratura (Edizioni del Sud, 2003). Perché l’opera di Roversi indaga autenticamente, riferisce e non omologa con arroganza. Come per Gli ultimi giorni dell’umanità di Karl Kraus, anche “la sua opera accoglie in sé tutti i generi e gli stili letterari, racchiude in sé le più sottili e inedite varietà dell’orrore (per) un intreccio allucinatorio di voci”. Con questo mio, più che modesto intervento, vorrei piangerlo assieme ad altri. Vorrei ricordarlo con una sua poesia quasi sconosciuta. Mi fu inviata anni fa da Roberto, come contributo al primo numero della rivista di letteratura, teatro e politica«Il Taccuino di Cary». Una rivistina autofinanziata, indipendente e stampata a Londra a meta degli anni ’80. Prodotta da una micro-redazione di talento che immeritatamente dirigevo. Quella rivista stampata in 300 copie svolgeva un umile funzione di coordinamento; per scambi di idee e materiali cartacei realizzati grazie a un po’ di fondi messi assieme con sottoscrizioni e abbonamenti sulla fiducia. Quei denari li avevamo impiegati per acquistare un computer Epson, di seconda mano, per affittare un piccolo magazzino in disuso collocato presso i docks di Commercial Road. Era stata mesi prima la tipografia del Sindacato degli operai della Ford; poi messa a disposizione dei minatori scesi dalle miniere del nord per l’ultima grande serrata. L unico scopo di quelle pagine stampate nottetempo era di resistere, di continuare ad ardere sotto la cenere di quello che veniva chiamato “riflusso” della sinistra europea, o al tacherismo dilagante. Volevamo perlomeno traslocare e diffondere messaggi urgenti e un lavoro culturale militante, in inglese e in italiano; collegare corrispondenti fra le due rive dell’Atlantico disposti a dare il loro tempo gratuitamente, scrittori e poeti isolati, gruppi di lavoro sparsi al di qua e al di là dell’Oceano; per far conoscere testi, idee, esperienze e cronache della realtà per lettori attenti. Una rivista la cui vita è durata dodici mesi (non pochi, se si pensa alle condizioni e al periodo) ma con il conforto, l’esempio nobile ed emblematico di poeti, scrittori e intellettuali quali: Roberto Roversi, Eugenio Barba, Dario Fo, Franco Fortini, James Fenton, Stuart Hood, Ken Loach, Toni Morrison, Saadi Yousef, Ahmed Sadeq Saad, Jorghe Goldenberg, Fawzi Al Delmi, Alfonso Gatto e altri ancora. Oggi, con la scomparsa di Roberto Roversi il nostro paese perde non solo il poeta stimato da tutti, la voce civile che ha scritto l’indimenticabile Dopo Campoformio; l’intellettuale che nell’immediato dopoguerra ha contribuito significativamente all’esperienza e alla nascita della rivista «Officina» e successivamente «Rendiconti»; l’uomo umile e tenerissimo che dalla Libreria Palmaverde ha continuato per anni a dialogare con Antonioni, con Tonino Guerra, con Franco Fortini e a distanza con Pier Paolo Pasolini; ma anche con giovani ragazzi e ragazze sconosciute; riviste meno qualificate e prestigiose delle due edite e fondate da lui. Ha insegnato a tutti noi, a un’intera generazione, la dignità del vero contrapposto all’ipocrisia, al servilismo e all’opportunismo; fosse esso editoriale, ideologico o religioso. Ci ha ricordato e ci ricorda ancora come non basta “il belato che strazia la lama dei coltelli in mano ai giovani carnefici”. Non basta. “E oggi che dobbiamo contrastare” con la voce e con la nostra persistente presenza: “Farei altrettanta attenzione alla differenza che c’è / fra partecipare o dimenticare. / Anche queste cose suggerisce l’esperienza. / O l’amore / uccide la speranza per il futuro / chi non si ricorda di un amico / o colui che non ascolta. / Specie quando è chiamato”: grazie Roberto, grazie per questi versi, grazie per essere stato da Bologna poeta civile, umile e coraggioso, cittadino del mondo che si fa storia.

 

 

Prendere o lasciare

 

1. Corre l’indice sull’ultima mappa rimasta.

L’indice (il dito della sapienza, dell’orgoglio)

striscia

alla ricerca del suo oggi e del suo domani fugge dal suo

passato

alle volte è incerto

cerca il suo

sonno il suo trionfo il suo percorso e

poi fu notte

si alzò un vento agro

le città intorno ai monti spensero i lumi

si accese un’alba verde gialla

promise sorprese.

Il dito sulla mappa continua a cercare cercare cercare

indica fiumi foreste frontiere.

 

2. Oggi si promette speranza nello spaccio di birra vicino

al porto

la speranza sarà mantenuta

poiché il mio indice (dito del viaggio, della saggezza)

finalmente si è fermato

sopra un luogo

– lì suona non una parola spagnola o italiana ma una

parola inglese

che ancora non conosco.

Negli altri paesi del mondo è domenica.

Lasciato libero di decidere l’indice

(il dito più scontroso, freddo, il dito imprevedibile) è

fermo sulla mappa che indica le montagne

QUESTO È IL CUORE DEI DISTRETTI MINERARI

GROSSETO O BARNSLEY?

Siamo come la ciurma di una nave diceva calmo Davide

Lazzaretti

cento anni fa

il contadino il minatore l’operaio il povero mentre

le frecce degli indiani lo trapassavano fra gli alberi

sui monti della Toscana – la terra sembrava un velo nel

mare.

PECCATO SE DEVO MORIRE dice oggi Davide Lazzaretti

respirando a

fatica IO AMO LA MIA BARCA

COME FACCIO A SBARCARE

SAREBBE UN NAUFRAGIO poi ho conosciuto in miniera

vestita da uomo

Sara Ogan

o Molly Jackson

o Florence Reese

il mio indice verga sulle pareti di carbone la parola

ATTESA

la parola DOMANI la parola PAZIENZA la parola MAI

e se c’è bisogno di soldi nessuno si nasconde

le caverne sull’Amiata assomigliano alle finestre

dell’Olimpo

spalancate per le pulizie d’agosto.

Questa è la zona del marasma totale.

 

3. Cresce una generazione che sa leggere bene perfino la

poesia ma cento anni fa

un giornale era un giornale non una cosa da poco. Sul

giornale

c’è tutto anche oggi che indica

negli ultimi mesi del 1984 a Torino a Milano molti operai

suicidi (per disoccupazione).

Alle 5 della sera

la gente non esce più

le strade vuote se non c’è il sole

i vecchi aspettano con gli occhi aperti

ascoltano

qualche volta aprono la televisione.

OH QUANDO SI SCIOGLIE LA NEVE

OH QUANDO LE NUBI CHE CAMMINANO RITORNANO

ROSSE

OH QUANDO POSSO FARE IL BAGNO ALL’APERTO

FRA I RANOCCHI mentre sulle montagne

astri strani sibilando astri

esplodendo errando sulle montagne andando

anch’io vedo quel cielo scuro.

È AFFASCINANTE IPOTIZZARE IL FUTURO

SPECIALMENTE QUANDO SEMBRA PURA FANTASIA

Sheffield Barnsley Cortondown Pontefract sono oro

colato

mentre i pesci nuotano nell’inchiostro

NON SI PUÒ ESSERE NEUTRALI.

 

4. HAI PASSATO LA VITA A INCOMINCIARE

il mio pozzo è la mia vita

DODICI BAMBINI SONO VOLATI DA WAKEFIELD

SUL MONTE AMIATA IN TOSCANA

lì Davide Lazzaretti raccoglie le ombre della sera sulla

mano

e le porta nei boschi.

QUESTO È IL CUORE DEI DISTRETTI

MINERARI

si assomigliano tutti

dice il mio dito fermo sulla mappa

qua e là ci sono cieli senza nuvole

o sono punti e sembrano zero.

L’ULTIMATUM È PRENDERE O LASCIARE.

Un libro aperto sopra un muro incide le ore del giorno

fotografa il volo degli uccelli.

Le patate cuociono sotto la cenere.

Il carbone è gomma da masticare.

Andrò a teatro quando tutto sarà finito.

 

5. Il mio dito si ferma.

LA GRANDE MISERIA CREA DI NUOVO LE GRANDI

NECESSITÀ.

Non è possibile rendere credibili le cose

possibili?

La risata di un bambino

tac tac tac cade si spezza per terra.

RICOMINCIAMO DA ZERO dato che

sono uno che vede l’oro anche dove c’è il buio.

ADDIO, ESTATE SENZA AUTUNNO.

 

Nota dell’Autore

Davide (Lazzaretti), nato nel novembre 1834, fu ucciso il 18 agosto 1878 sul monte Labbro in Toscana dalla polizia, mentre coi suoi discepoli (erano operai, pastori, contadini, minatori della montagna Toscana) compiva una processione in maschera piena di canti, di suoni, di preghiere. La processione era stata proibita dal Governo. Onesto, tenero, umanissimo; eppure intransigente e duro sino al sacrificio; coraggioso fino alla morte, Davide Lazzaretti prometteva a tutti un mondo di verità, di bene e di giustizia. Sempre ignorato (anche adesso) dalla cultura ufficiale, egli continua a darci una testimonianza vigorosa del valore morale che hanno le scelte di vita legate ai sentimenti e alle speranze vere dell’uomo. Perseguitato e braccato, Davide Lazzaretti non si è mai lasciato piegare o rassegnare. Per questo mi sembra un naturale compagno e amico – da tempi lontani – dei minatori inglesi di oggi. O degli operai napoletani.

 

Bologna, aprile 1985

 

 

 

Teatri delle diversità, anno 18, n. 62, marzo 2013.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Autore: Walter Valeri
  • Tipologia di testo: articolo
  • Testata: Teatri delle diversità
  • Anno di pubblicazione: anno 18, n. 62, marzo 2013
Letto 7325 volte Ultima modifica il Mercoledì, 24 Aprile 2013 12:05