Roberto Roversi e la poesia nel sacco a pelo

Poesia marginale, poeta emarginato, ma esistono? Non desideriamo tutti, chi più chi meno e almeno un poco, entrare nelle istituzioni che rassicurano? È questo entrismopiatto piatto o una pratica liberatoria, un bisogno? O una salvezza?

 

A questa domanda mi sforzo di rispondere così:

–          Io, signore, sono morto.

–          Tu sei morto.

–          Io, signore, sono morto.

–          Tu sei morto.

–          Io, signore, sono vivo.

–          Tu sei morto.

–          Sì, signore, sono morto.

Voglio dire che puoi benissimo volere essere libero e felice, infagottato nei panni di un Fiorucci campagnolo e con lo stipendio a fine mese che permette donne e liquori e profumi; oppure maschietti e liquori e profumi. Puoi volere questo e altro per assimilare e farti assimilare, ma se non hai carte buone in mano non ci riesci e un poco per volta sei cacciato (o ricacciato) contro il muro. E poi aldilà del muro. La poesia marginale, emarginata, non è diversa dalla poesia non marginale, non emarginata. È buona o cattiva come essa; puzza, anche, come quella. Ma c’è; è vera; e può essere molto importante e diversa. Alle volte proprio ti brucia o ti lascia sgomento. Perché arriva da fondi di vita che neanche uno se l’immagina. Eh, sì! Ma poi nel contesto ci entrano i bravi giornalisti e i sociologi della poesia e tanti valenti critici, che squassano ridono tagliano e condannano per giudicare. Per me c’è proprio, come progetto o rigetto e come suono o inventiva (che si prolunga e dura), non una poesia diversa da quella che può entrate nelle antologie; ma una poesia contro. Dicono amore e ti senti morto; oppure precipiti urlando dentro alla più straordinaria primavera. Sono (queste poesie) tutt’altra cosa, in generale. Fino a che riescono a difendersi dall’abbraccio universal/editoriale. Che mastica tutto. E porta a Viareggio (al Viareggio).

 

Si sono – non da oggi ma oggi soprattutto – aperti canali di comunicazione, quindi anche della comunicazione poetica, nuovi; dal giornale movimentista alle radio libere. È possibile valutare cosa c’è di nuovo in questa comunicazione?

 

A questa seconda domanda rispondo così: c’è di nuovo tutto, nella sostanza profonda; con i pericoli (sempre presenti in ogni stagione, da quando mondo è mondo) che detta sostanza si spappoli fra le mani e diventi pappa omogeneizzata secondo un brevetto dei padroni. O non danno spazio alla poesia, ogni settimana, perfino i rotocalchi? Sono convinto da sempre (e difendo questa mia convinzione) che non si debbano avere tutti i lettori, ma soltanto i lettori che si vogliono; quasi scelti uno per uno. Dino Campana che strappava fogli e fogli, prima di cedere i suoi Canti Orfici a pagamento al borghese seduto al caffè, stabiliva un principio valido che ogni autore deve seguire. Direi così: il lettore ha diritto al bastone, per suonarle al cattivo e sbadato autore di testi; ma costui si riserva di sforbiciare e chiedere e oscurare, se crede, nel concedere (concedere, ho detto, non vendere) la propria merce che suona e canta. Oggigiorno ci sono continui allagamenti libreschi, dovuti alla superproduzione. Il libro, in generale, non è più nemmeno tanto una merce quanto l’ombra – anzi, l’orma, di una merce; perché nemmeno appare che già scompare; non dico letto ma neanche sfogliato. Allora il nuovo, il veramente nuovo della comunicazione e della distribuzione della comunicazione alternativa sta in questo: che si seleziona subito tutto, come al cancello di Caronte, e passano solo le pagine amiche; quelle che danno un certo suono. Di fronte al frastuono stupido e scriteriato del tutto e subito (che si può concedere appena a un claudicante Faust ridicolosamente alticcio di Coca cola) una tendenziosità nel rigore e nell’attenzione (per non farsi sommergere) a me pare indispensabile. Non vedo perché si debbano fare sempre ammucchiate, come nell’ottobre di festa a Monaco. Per me sta bene che si dica: cerchiamo questo e non altro; siamo tutti orecchi per imparare ma non ci facciamo incantare. Cani non vogliamo diventare. Se non si va, andate. Cerchiamo e diciamo cose, non parole.

 

Intanto, però, aldilà del libro, non si va verso una poesia come spettacolo?

 

Cerco di rispondere così: bene, si va anche verso una poesia come spettacolo. Non solo a questo, però. Ma è giusto che dal sottopalco del sonetto la poesia si allarghi a diventare un mare aperto, grande distesa, con infinità di voci e di vele. E di pesci. C’è anche chi canta. C’è chi tace. Chi parla basso, chi si sgola. Chi si fa performatico; alcuni (non tanti) con grandi risultati; e chi continua a bagnare il suo pennino nell’inchiostro.

–          Vuoi mettere la montagna? Altro che il mare!

–          E io ci metto il mare.

–          Ci metto soltanto la montagna.

–          E io il mare a te, faccia porca di cagna.

Cominciarono a litigare

poi subito a sparare

restarono lì stecchiti

coi diti sul grilletto.

Un ometto e un ometto.

A causa di montagna.

E per colpa del mare.

Bene dunque, anche se per scegliere in questo campo si deve contendere, prima di invecchiare. Per poesia e fra poesia. E cercarla non solo sulle pagine intonse delle riviste, ma dentro a un sacco a pelo. Dove c’è sempre più spesso carta. E matita.

 

 

 

 

(da Il poeta in scena, di Oliviero Ponte di Pino e Gianfranco Capitta, in “Il Patalogo due. Annuario 1980 dello spettacolo”, vol. I, Ubulibri, 1980).

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Autore: Oliviero Ponte di Pino e Gianfranco Capitta
  • Tipologia di testo: intervista
  • Testata: Il Patalogo due. Annuario 1980 dello spettacolo
  • Editore: Ubulibri
  • Anno di pubblicazione: 1980
Letto 3640 volte Ultima modifica il Lunedì, 11 Marzo 2013 11:22