Postfazione. Considerazioni sulla poesia d’Italia e di Francia nel Rinascimento
Nel Poema fisico e lustrale di Empedocle, ricostruito segno per segno dalla minuta e paziente maestria di Carlo Gallavotti, ricavai fra i bellissimi alcuni versi che conservo ben stretti nel mare delle mie suggestioni:
O amici, so bene che la verità alberga negli argomenti
che ora voglio esporre; ma assai travagliato e sospettoso
è il passaggio della convinzione dentro l’animo umano.
Ed è questo: chi risulta spergiuro per la colpa commessa,
dovrà migrare lontano dai beati, che come demoni longevi hanno
[raggiunto
la vita, per tre volte diecimila stagioni,
rinascendo attraverso il tempo in molteplici forme di corpi mortali,
permutando i procellosi cammini della propria esistenza.
Perché ci fu anche un tempo che sono stato un giovane e una
[ragazza,
e un virgulto e un uccello e uno squamoso pesce del mare.
Il tempo, la nostalgia forte e struggente della memoria; il tempo, che trascinando la vita e le generazioni, alle volte appiana, alle volte sgomenta, alle volte esalta, alle volte è marasma nella mente dei mortali costretti ad orbitare in affanno per ridisegnare il mondo dall’imo. E così ricollego, secondo una mia visione delle cose e delle vicende – esaltata da quelle parole antiche e nuovissime e giuste – i frammenti trascritti alle tempeste del tempo; e così più in generale mi dispongo a leggere le parole, ad ascoltare le voci dei poeti morti come parlanti su un vascello che naviga fra alti marosi in mare aperto e nessuno dei viventi a terra può allungare le mani per trattenerli vicini. Può solo ascoltare le voci e le grida lontane.
La voglia, il bisogno di lettura, per me non può mancare di interrogarsi sul modo o sui modi, oggi, Terzo Millennio, di leggere i classici; i nuovi modi consentiti (lasciando agli esperti le indagini generali o particolari e le conclusioni e le catalogazioni), riscontrando le vaste profonde inquietudini culturali provocate da questi anni di inevitabili sconquassi.
In altre parole: sono ancora i classici il ponte di liane degli Incas, tremolanti su tremendi strapiombi, che con un filo di dura corda e pezzetti di legno uniscono ripe lontane e contrapposte altrimenti inaccessibili? Resistono ancora ad essere lo specifico miracoloso di lunga durata?
E poi: se dobbiamo continuare a dargli credito, come leggerli ora? Rassicurati dalle tradizionali collocazioni e dalle critiche classificazioni? O possiamo (dobbiamo) scompaginare i posti, rovesciare i tavoli e impegnarci, lasciando sul momento dei vuoti, a ricostruire l’edificio sacro della nostra perduta commozione? Insomma, dobbiamo (possiamo) ancora fidarci o invece, per necessità, graffiare le pagine inseguendo i cervi impauriti delle parole nella fuga nei boschi?
La scienza è cosa della terra, la sapienza è beneficio della divinità e ci è dunque consegnata e versata; parole di Nicola Cusano (anche lui da ascoltare) memorizzate insieme all’altra indicazione piena di fascino dei “filosofi cacciatori”. Ma se – trasferendo il lemma – anche i poeti, i predestinati o improvvisati estensori di parole che pensano e che volano, sono cacciatori, dove si inoltrano, cosa rischiano? Scienza o sapienza li contrassegnano, illuminandoli alquanto? Li ascoltiamo come ombre sapienti elargire la solenne virtù dei suoni e delle parole, oggi che la terra brucia e le biblioteche si disperdono o si ammassano criptate?
Domande. Ma è anche vero che non dobbiamo, anzi non possiamo aspettare risposte lontane; dobbiamo ottenerle da noi, rendendo il nostro tradizionale rispetto, irrispettoso. Per questo, anche un privato lettore, con attenzione, può rischiare qualche riflessione. Per esempio, sulla diversità fra il Cinquecento francese e il Cinquecento italiano. Nel primo, a me pare, è abbastanza costante, con lucida addolorata (accidentata) chiarezza, un superamento del tormentoso dilemma della fragilità della vita nella ricerca della grazia (come beneficio celeste), o addirittura nella pace rassicurante di un dio che non è più un drammatico antagonista ma un porto di luce, un faro nella tempesta.
Da noi, la divinità sovrasta (incombe) tra un velario di nubi morbide e vaganti; e anche la morte con il suo nero sembra sottostare al drammatico e luminoso, o amoroso, abbraccio con una vita (con la vita) che non vuol cedere, non vuol lasciarsi consumare ma consentirsi di essere respirata fino all’ultimo soffio.
Nel primo, la conclusione è una ferita aspra, amara, comunque sopportata nell’attesa e nella speranza dell’alta risalita; da noi ogni grido, o ogni sentimento, è sempre accompagnato da una ultima tenerezza.
Anche i sonetti o gli altri brevissimi testi di Michelangelo (collocato, non so con quanto rigore, sempre fra i minori), per quanto graffianti fino al sangue nei riguardi della propria vita e del proprio destino che invecchiano e si spengono, hanno direi quasi un miracoloso stridore di denti, che esprime una ultima volontà di resistenza, di non cessione all’oblio della carne.
Poi, altra impressione ancora, che nei testi italiani di quel secolo così lucido di bianchissimo fuoco, l’amore “platonico” sia assai poco platonico, nel senso di una astrazione o formulazione idealizzata, e scopra (o copra) invece una autentica e realistica vitalità non consumata.
Inoltre i francesi, come gruppo ampio di autori, risultano criticamente più accentrati, direi coesi, intorno a nuclei o a un nucleo problematico comune, tenuto acceso da quella tensione amorosa-spirituale percepibile come una rigorosa costante. Una drammaticità in movimento, in ascesa. Mentre i nostri autori sono più genericamente ammassati dentro stanze e stanzoni frequentati quasi in esclusiva dalla solennità degli eruditi.
E stato detto che “gli scrittori dell’Ottocento hanno ancora molto da insegnarci!”. Intendo, che la loro lettura è da ritenersi come ancora indispensabile soccorso alle nostre infinite miserie, di cuore e di mente. Per me, è vero, se in aggiunta torna a essere un modo di affilare nuove spade, con gli occhi ben fissi a tutta la terra intera – e per continuare ad attraversare quel ponte di liane fra monte e monte sospeso sopra l’abisso.
Questa è la non peritura necessità dei classici, il brivido della loro voce. I quali possono e sono pronti a dirci tutto, a dare tutto, soprattutto se sloggiati dagli scaffali e dagli inviluppi delle edizioni critiche severe o pregiate, e riconsegnati ancora impolverati alla nostra vita.
Informazioni aggiuntive
- Tipologia di testo: prefazioni / postfazioni
- Testata: Il Rinascimento oggi, a cura di Giovanni Greco e Davide Monda
- Editore: Idea Libri
- Anno di pubblicazione: 2002


