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Nota

Per evitare i luoghi comuni e per un bisogno d’esattezza, possiamo subito interrogarci su quali siano le utilità della presente raccolta (si badi al plurale, essendo implicito che le correlazioni di quest’opera nonostante tutto sono molteplici, in varie direzioni e non si riferiscono soltanto alla necessità ufficiale, con le relative scadenze) in un momento come l’attuale che in ogni occasione ci conferma d’avere addirittura tagliato e non soltanto interrotto – per il precipitare delle mutazioni che hanno stravolto e quasi ridisegnato il mondo – le relazioni con il passato anche prossimo; quindi con gli avvenimenti più drammatici e traumatizzanti di questo passato (anche quelli, in altre parole, che parevano vincolati alla rabbia incalzante dura inesausta della nostra memoria).

Infatti il 2 agosto 1980, di soltanto sei anni fa, dovrebbe segnare per noi un giorno molto vicino mentre, se vogliamo essere sinceri sul serio, adesso risuona sempre più lontano, tendendo a entrare nella nebbia del tempo.

Dato che un anno della nostra vita vale ormai per dieci, per venti anni di una volta e quindi sei anni sono densi e incalzanti come una parte lunga dell’esistenza intera. Che si brucia, che si brucia. Da questo punto di vista non ci si può illudere.

E, si badi, mi riferisco alla risonanza generale; alla capacità di tornare a commuoversi e a risentirsi, con quell’impegno che rimette in moto le energie allentate, gli sdegni onestissimi, le utili rabbie e riporta ancora una volta la voglia di lottare impegnandosi per qualcosa di giusto e contro qualcosa di ingiusto.

Per cercare e ottenere la verità. Che è vera giustizia.

Di conseguenza, e realisticamente, siamo ancora in grado di stabilire la successione dei treni sabotati?

dei vagoni sventrati?

delle vittime lacerate, insanguinate, allineate sul bordo delle pensiline?

E per la bambola senza più le braccia, in mezzo alla ghiaietta fra le rotaie, possiamo dire ancora se apparteneva a una bambina del primo, del secondo, del terzo rapido? In questa o in quest’altra stazione, in un altro tempo?

Ripeto, sul serio non facciamoci illusioni, perché la memoria di ognuno – a parte la volontà di ricordare, che appartiene tutta al nostro rapporto con il mondo e varia quindi da persona a persona – è frastornata, inzeppata da insistite referenze tragiche, uccisioni disumane, violenze oscure, deprecabili; tanto che un’ombra si assomma all’altra, si sovrappone all’altra, per fare della nostra vita uno scrigno da tragedia greca.

Va bene che spesso il vento dell’oblio, simile a un nevrotico disimpegno, si ingegna a spazzare via per noi ombre e nubi, prima che diventino un cumulo insopportabile. Dato che per tutti le giornate attuali è stabilito che debbano restare entro misure di oppressione tollerabili – direi, in una confezione tascabile.

Perciò può passare o essere sollecitato un resoconto drammatico al mattino purché poi sussista una conseguente correzione; e alla sera, per esempio, un Baudo, un Drive in, un Kurosawa o un Ford sopraggiungano a stemperare la tensione e a ricaricare l’orologio.

Dentro a questo seguito di querele intercambiabili e susseguenti, ripetitive e uniformi nella loro asettica spietatezza, come può riuscire ancora possibile – per questo o quell’uomo – identificare le occasioni o gli avvenimenti drammatici da privilegiare, mantenere caldi e presenti, per farli corrispondere al nostro non scaduto bisogno di verità, di giustizia, di onesto operoso futuro?

Rispondo, come so, che si può tentare partendo dal presupposto che occorre non solo preservare i sentimenti ma occuparsi della lingua, dei linguaggi, insomma della comunicazione.

Se da una parte si ritaglia uno spazio autogestito, autosufficiente, che promuova e accontenti la voglia, il bisogno, direi l’obbligo di comunicare il peso drammatico del proprio ri/sentimento in merito a un determinato dramma della vita collettiva; e contemporaneamente, dall’altra parte, si concede uno spazio autonomo a chi lo richiede, al fine che ogni comunicazione autentica e interessata, in determinate occasioni, possa essere inoltrata per un canale specifico che ne garantisce autonomia e rilievo; in questi casi, e solo in questi, credo che si possano trovare le pezze d’appoggio non scadute per un rapporto effettivo – cioè, socialmente e politicamente efficace – con le tragedie della nostra storia recente.

Trovando stimolo e convinzione per collegarsi con esse, rimorchiandole di nuovo presso di noi. Alla nostra riva.

E questo, senza commozione ma come una necessità che va difesa e ribadita, certo con fierezza ma soprattutto con durezza; e con un realismo delle cose e sulle cose che non si lasci più frastornare.

Perché, e lo sappiamo bene, fino ad ora poco di tutto si è ottenuto, poco si è concluso – a fronte delle speranze che un tempo sembravano, in qualche momento, travolgenti. E nonostante il buon lavoro e il buon impegno di uomini onesti.

Oggi c’è ingorgo e amarezza e parecchia stanchezza in giro; un borbottio che sembra lasciar prevedere quasi lo spegnere del fuoco. Si prende atto anche di questo, proprio per quel realismo che non dovrebbe mai abbandonare (ma neanche far disperare) chi si impegna in pubblico – e di cui avevo fatto cenno all’inizio; ma anche, in contemporanea, per alimentare senza tentennamenti, la volontà di agire sempre e in qualsiasi condizione per raggiungere qualche obiettivo. E cioè: il diritto di sapere, di conoscere – dentro alla verifica della giustizia che deve essere esercitata sempre e costante come base della società.

Prendendone atto, sembra indispensabile anche impegnarsi a comunicare – come voci nel deserto – le emozioni corrispondenti a questo bisogno di verità, di giustizia, di conoscenza diretta delle cose.

Il presente libro, variamente composto, si autentica e si chiarisce – appunto – muovendo da questa prospettiva.

Chi legge senza arroganza, credo che si accorgerà fin dalle prime pagine qual è l’uso corretto da farne.

Non di giudicare, chiedendo emozioni dello stile; ma di ascoltare – quasi con sgraziata e rabbiosa partecipazione – questo unico grido d’altri – che diventa una voce alta e univoca di tempesta.

Qua la comunicazione in versi è occasione per un rito collettivo; tanto è vero che il libro si propone essenzialmente come la registrazione continuata di un pianto rituale ma sdegnato con partecipazione, infervorato senza abitudine e consapevole per volontà.

I concetti, i sentimenti sono ripetuti, schematizzati – certamente.

Sono esemplificati fino alla scarnificazione e generalizzati fino a una ebbra ovvietà – per l’ingorgo dei sentimenti che premono.

Ma in ogni caso sono rilanciati quasi fossero tizzoni infuocati che neanche si possono stringere in mano.

Così che a me sembra piuttosto un libro di suoni che di segni; un ripetuto grumo di gemiti induriti che si sfasciano; ci perseguitano e incalzano.

Un libro anche indomito, nella sua libera intransigenza e nella sua stravolgente ossessiva ingenua ridondanza. Che non va giudicata. Qua non è il segno scritto che stabilisce, ma il graffiante rumore (o umore) di sottofondo.

Tanto che la consistenza di quest’opera pare di sentirla quasi concretamente mentre il lettore lascia sfogliare le pagine e ascolta questo alitare che sembra innocuo e invece pesa come un masso. È un libro, più che da leggere, da tenere sul tavolo e da osservare, aspettando che da solo alzi le voci delle sue improvvise tempeste.

I singoli autori sono dentro al contesto come i rami di un albero, nodosi e intrepidi, pronti ad accettare battaglia.

A non accettare, cioè, il silenzio imposto, la volgare sottomissione alle regole e alle conclusioni ufficiali.

Questa, sì, è la sua chiave d’uso; per stabilirne la immediata utilità.     

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: prefazioni / postfazioni
  • Testata: Stazione di Bologna ore 10,25. Un minuto dopo
  • Editore: Associazione Familiari vittime strage di Bologna 2.8.1980
  • Anno di pubblicazione: 1986
Letto 67 volte Ultima modifica il Giovedì, 23 Luglio 2026 10:48