Dico, anzi scrivo, per quanto posso e so.
PRIMO. Il mondo è tondo, come ci dicono i sapienti e alla scienza bisogna credere, noi ignoranti, fino in fondo (o magari riservandoci qualche modesta riserva). Tuttavia, fin da giovane ho sempre temuto e in verità un poco temo tuttora, nel mio intimo esclusivo, che se con i piedi sto qua ritto e intrepido con la testa sottoposta a un cielo o a un sole da sperare sempre benigni, ecco, gli sfortunati umani e gli altri animali, relegati nella parte sottostante di questo mondaccio che ruota e divaga, dovrebbero vivere nauseati e frastornati dalla fatica ossessiva di non sganciarsi dal terreno per non precipitare nel baratro dell’infinito, cupo antro che non ha fine e misura.
SECONDO. La digressione, e mi scuso, l’ho enunciata in questa occasione non per un residuo di stravaganza ma per poter ingenuamente chiarire che, per esempio, le straordinarie ed epiche tavole di Sturmtruppen dell’implacabile Bonvi le ho sempre guardate lette temute e inseguite (anche con qualche precipite affanno partecipativo) come fossero le pagine de Il sergente nella neve di Rigoni Stern raccontate disegnate descritte appunto dall’altra parte del mondo, a testa in giù. Pronte sì per una azione di guerra ma lasciandosi dietro una scia di zolfo insieme a sghignazzi bestemmie canzoni stravolte e singhiozzi. In mezzo alla confusione degli spari.
TERZO. Sia come sia, è sempre stato per me fermo il convincimento che il fumetto è una cosa seria, spesso tremendamente seria e che, se con lui puoi scherzare, di lui non puoi. Neanche, ripeto, quando finge di presentarsi travestito da arlecchino. Il lettore/visore deve essere con lui e per lui come il cane da tartufi: odorare, annusare, ascoltare con quello stringimento di nervi che attorciglia coloro che si imbattono in pagine che sembrano impudiche o destinate agli zolfanelli già accesi, e invece risultano stivate di umori d’ogni genere, come casse nella pancia di una nave pirata.
QUARTO. Ma su tutto, e quasi scancellando il già detto, per me il fumetto che conosco, che ho seguito e ammirato e che mi riverbera dentro è come una mitragliatrice bene appostata e bene oliata che non dà tregua al nemico perché intende combattere con ironia, con subdola malizia e sfrontata violenza o astuta volgarità per una causa a cui crede fino in fondo. (Io mi getto sul tappeto: soprattutto, in anni di grande speranza. Di grandi speranze. Mai spente).
QUINTO. In realtà, e per fortuna, non so come definirlo. Ironico eroismo, intrepida incoscienza, lucida intelligenza che prevede, intemperanza insonne? Bisogno vitale di viaggio, d’avventura, di amore? Scappare, fuggire, ritornare? Forse tutto questo, in aggiunta a quanto già detto. E proprio soprattutto qua a Bologna, che tanti dicono sia una città ciacarona, da palpare nuda, facile alla lascivia del riso ma impermeabile all’acuto guizzo della poesia. Il fumetto è stato ed è il coltello, in questa benedetta città unta e bisunta da cento sanpetroni mondani, che la ferisce e le fa sgorgare dalle braccia molli un po’ di sangue, almeno. Ma qui mi fermo, e saluto.