1.
All’editore di Norimberga Johann Philipp Palm condannato
a morte da Napoleone.
Ombra sull’ala della farfalla
bianca o dell’ape stanca
che si nasconde nel fiore
il corpo del soldato è.
Oh oh! le nebbie sull’Appennino arruginiscono i cancelli
le estati troppo giovani con la memoria degli anni
il sonno non viene mai non viene mai a occhi aperti nella stanza.
Pacificherò le mani sul tuo viso di gomma.
Si andava a Maranello
come i giovani degli anni sessanta
andavano nel Tibet.
Il rock è felicità è la
ricerca di un nuovo ruolo per l’uomo
che non sia quello esclusivo ormai
di un appagamento mondano.
Il problema di fondo era di
volere tutto (e subito)
senza sapere nemmeno alla lontana
come fare per ottenerlo. Senza avere il metodo.
Gettate le reti dalla parte destra
e troverete…
Una società terziaria sempre
più di servizi sempre più specializzata.
Di Enzo Ferrari apprezzavo quasi più
quel che diceva di quel che faceva ma
come l’albero che si squama colpito dal fulmine
volano le foglie gridando nel fuoco
e non è vero che i libri non gridano
volano e sono foglie bruciano e sono le foglie
è nero l’occhio nel tormento delle parole
il sole poco vede ma è nell’occhio della tempesta sotto il cielo
nero
che lo sciame di parole vola dentro la pagina
è bianca
si dispone si quieta
copre di lucido miele il disordine del mondo.
2.
Sopravvennero non improvvisi i giorni del sole nero
luce senza luce, respiro senza respiro, vita senza vita.
L’attesa era una pianura padana gelata senza il verde e
la stupefazione di chi non apriva le mani per cercare.
Eppure
con l’ultimo chiodo conficcato nel legno
l’umiltà si fa dolore fiorisce.
Non temo di diventare oscuro
perché il monaco fra i sassi prenderà la mia parola
lavandola nell’acqua per sciogliere la polvere
come il regalo
negli antichi versi
di un uomo cieco a un uomo solitario.
Credevamo di cambiare il mondo
il mondo invece è cambiato. E noi?
È giusto naufragare con le cose che cambiano?
Il capitano; mio capitano, e la sua nave.
Le vicende sono serie.
Invecchiamo, dice il signor D’Aubigné, anche solo guardando
i salmoni passare nel fiume e l’acqua rinchiudersi
mentre aspetto le rondini nel fuoco di un tramonto
italiano.
3.
Là dove i libri hanno il sonno eterno
là dove i libri gemono e il demonio
del dubbio sorride zufolando fra le tele di ragno
il velo della polvere
nei campi di battaglia di mezza Europa
i libri uccisi distesi fra l’erba.
Con il libri uccisi distesi fra l’erba
con tutti i miei libri
raccolti in mano
sotto il temporale
è il primo temporale d’ottobre
l’Italia paese di nebbie è piena di rabbia
uomini distesi dormono nell’acqua del dubbio che cade.
Raccolgo i libri stretti in mano
raccatto il corpo dei libri uccisi in battaglia
li preservo dalla tempesta d’ottobre e dalla prima acqua d’inverno
li sottometto al riposo dei santi protettori dei viandanti da
strada.
Dice il giocatore di calcio
brucia la città (lo vedo) in questo
tramonto di fuoco
giovani sollevati da terra nello stadio gridano come guerrieri
alzano splendide bandiere
che chiamano la primavera.
Per queste rabbie anche la vita è spesa bene.
[* L’ultimo verso è ripreso da “con quest’uomo anche la vita è spesa bene”, scritto da Giovanni Bellini nel suo Arciviaggio edito da Vallecchi. Lui lo riferiva al proprio capitano. Bellini, contadino, morì nel 1915 a Piava, a 25 anni, in combattimento]
4.
In questi anni una barca di
legno è affondata nell’asfalto della città
si aprono cieli
contro hanno le luminose clessidre
così combattono i secoli astuti che
alzano la coda prima di avventarsi
come i cavalli dei paladini e di Orlando.
Una terra senz’acqua è un uomo
senza il destino segnato
le acque salate del mondo si aprono in ferite.
Sono qua pronto dice il destino senza chinare la testa
da campo a campo anch’io in silenzio seguo una partita
anch’io sono perduto nel cuore del mondo
e dove cercherò la strada per ascoltare le voci?
Se cadono i monumenti
masticheremo adagio la pietra con denti
di ragno forti.
Denti pazienti.
[* Le acque salate del mondo (Dionigi Arcopagita: Teologia mistica)]
5.
Un braccio caduto dal monumento di Lenin.
Chi era?
Dice Che Guevara al signor D’Aubigné al giocatore di calcio
anch’io vorrei in gran fretta migrare
non come le rondini migrare per le strade del cielo
lontano dalla terra migrare seguendo i venti
vorrei migrare come i leoni quando la fame li chiama
lontano dalle ombre e dentro il mare del sole.
Anch’io lontano dai lievi sorrisi delle gazzelle
nella solitudine della pianura da montagna a montagna
migrare là dove la foresta tocca il mare e bagna
le foglie nell’ultima onda che ride.
Dove ti nascondi garbata primavera?
Nella caverna del mondo
nel girone profondo vicino
al fuoco dell’ultimo vulcano
perduto nel cuore del mondo.
6.
Sono qua ormai al confine
basta allungare una mano
raccogliere foglia che cade la pietra caduta
nascondere nebbia nella mano dell’uomo folgorato
lasciando perdere il resto (ma non la voce del cavallo che chiama)
notte e giorno
l’alba non viene
il tramonto disparito è un fantasma
dove vanno l’ansia della notte e l’urlo del primo mattino?
Quanti anni sono passati quanti anni non fanno ritorno e
gli anni a venire? Io aspetto
aspetterò ancora ricontando ombre speranze
la pazienza è il respiro del dio errante
sulla fronte del giovane appena caduto che chiede di morire.
Oh in cento battaglie combattute
ridotti a una schiera indomabile
fra mura annerite devastate
con in mano il fucile non dettiamo condizioni
ma neanche temiamo l’occhio gelato del nemico
la sua mano.
Nel momento in cui lui dice vittoria
ecco noi non ci inchiniamo.
7.
Sono gli ultimi minuti alla difesa
alla difesa grida una parte e l’altra
all’ombra e alla luce di una sventolante bandiera.
Insiste ancora all’attacco all’attacco
e la palla del mondo rotola volando
per l’aria impenetrabile che la sera zafferana
copre di luci
passa da piede a piede
da occhio a occhio
e il giocatore di calcio corre sfiata ribolle
ansima chiama grida invoca e dice
questo non è più il giorno della
vittoria ma della morte. Intanto
le bombe i fulmini cadono toccando il cuore dei libri
si spengono in mare. Il mare è lontano.
I libri chiamano nelle sale d’inverno
che l’inverno invade
portano sangue i libri
le grandi pagine bianche invecchiano nel fumo
dei fulmini nel cuore dell’uomo
i fulmini invecchiano nel cuore dell’uomo.
8.
Accucciato contro il muro del salone
la biblioteca è un incubo di pergamena fredda
adagio muovo il libro lo sfoglio
adagio lo prego.
Il gelo dell’inverno padano è un azzurro pavone
nebbia risale la pianura
dilata la pianura cercando la sua avventura
come si cerca una canzone piena di luce sulla bocca che non ha paura.
Se celebrato, dice il signor D’Aubigné,
mi sentirei offeso mortificato
sarei il bidone del pattume
trascinato nel cortile sotto il lume
di una lampada che dondola.
Questo è un colpo, dice il giocatore di calcio con la maglia
rosso gialla,
questo colpo risveglierà tutte le voglie addormentate
del comunismo
lo renderà nuovo agli occhi giovani del mondo
agile appena raccolto come un fiore.
9.
Appartengo a quelli fuori giuoco
ruota di una piccola vergogna
oggi ci legano alla gogna
ai nostri abiti appiccano il fuoco.
Uno le prova tutte
il resto deve ancora venire.
No, caro amico, no, non ho paura
io sono molto amico delle acque
esse fanno bene al mio spirito
una terra senza acqua
è un cuore senza speranza.
È una cosa meravigliosa
vedere il cielo che inghiotte
il petalo di una rosa
perché, ripeto, le acque salate del mondo
non fanno paura.
Oggi contemplo l’occhio giocondo del cielo
ruotare cantare volgersi. Dice
venite in Italia terra benedetta
dove scorre latte e miele.
Accorrono dall’Africa
come rondini perdute
ma bevono solo fiele.
Il signor D’Aubigné lì seduto nello stadio aspetta.
10.
C’è un vinto un vincitore?
Dice il giocatore di calcio la partita
non finisce è sempre rimandata sempre riprende
il minuto sovrapposto al minuto
piramide di anni una piramide di suoni. Ah,
dice il signor D’Aubigné le rondini non vogliono tornare.
Ritorneranno ma non sono tornate
e io troppo vecchio per aspettare
per rispettare i ruoli dell’attesa e del viaggio
l’inverno avrà fuoco legna tronco di speranze perdute
tornerà la primavera con una mano di rose
segnala tratturi d’erba agli storni fragili in cerca d’approdo
e dal volo di questi signori leggeri
i giovani leggono il futuro e
l’arte di assalire fortezze.
Da questo momento un’attesa è consentita
e si può vivere.
La partita è finita
il fischio dell’arbitro nero
alto come un cipresso
il cipresso eterno infilato nel cielo
bianco di nuvole che vagano
nel cimitero a metà costa e lì le rondini cercano l’erba calano
chiudendo gli occhi
lì si spegne per un momento il volo e le anime splendenti
e leggere venute dall’Africa
hanno il riposo. Dormono sulle tombe
all’alba cantano riprendono il volo
verso i ghiacci che non si sciolgono mai.