I. Soldati e mendicanti fra i ruderi.
Avendo perduto il dono della poesia
i mendicanti e i soldati ci chiedono perché
scriviamo tutti le stesse inutili parole.
Sotto quel vuoto un uomo il
viso di un uomo marcato negli occhi
dal tempo e dal fumo e dal fuoco
di una battaglia
lucidamente perso in una memoria estrema
sopra la terra siede e aspetta.
Fra l’erba sul prato gli anni camminano.
Il tempo passa, ti accorgi di non
avere
più nemici.
È terribile, uomo.
Il castello con le porte spalancate –
più niente da espugnare –
solo sedere a tavola e banchettare.
I cani magri.
I mendicanti si chinano.
I soldati seduti sulle casse.
Le armi appese.
Il dio del viaggio e dell’
annuncio è lontano…
II. Ho camminato per dieci anni
dentro all’uliveto
percuotendo il tamburo.
Uscivano i sassi dalla terra
mi seguivano come cani
mi guardavano e tacevano.
Silenzi sotto il vento della sera così breve.
Cadevano guazze improvvise –
la matita non scriveva.
Dov’era la mia strada, amici,
dove l’ombra del mio cuore?
La città emiliana è antica come le viscere della terra.
Non rimpiango
niente – aspetto tutto.
Se stringo la vita in pugno
è polvere
ma se ascolto parole parole
diventano oro nella sabbia.
Così ho ricominciato a scavare.
Ah, la città emiliana antica come le viscere della terra.
Irta di ponti, di torri.
Con ciminiere dipinte di bianco
gru su cui si inerpicano e
camminano camminano e cantano
i vecchi operai meridionali che
hanno ancora la speranza di qualcosa.
Questo mondo è pieno di fulmini.
Chi parte, qualche volta ritorna.
Chi parte, qualche volta scompare.
Ci salva l’immaginazione
se non perdiamo la traccia del nemico.
ilfilorosso, anno V, n. 8, gennaio-giugno 1990.