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Piovono pietre

Da L’Italia sepolta sotto la neve, III, vv. 561-667.

 

piovono pietre cadono luci da nubi ricurve

sulla terra così desolata nei giorni senza amore

le città chiudono le porte quando è l’ora del

ritorno delle pecore

per sgomentare i leoni.

Correndo vedo pianure calpestate dalle navi in arrivo

sull’acqua le stelle scuotono bandiere sconosciute bruciate.

Quale amarezza nell’ora della sera più fonda.

Suonano chitarre spagnole negli angoli

dei paesi persi fra i monti

cavalieri infuriati insanguinano le piazze

so come fermarli gridano uomini giovani tra i lampi

inseguono le persone fuggitive.

Quello che è da dire è detto, in giornate cruente.

Al primo autogrill ricordo

il caffè fuma nella tazzina gialla di plastica

ascolto una canzone di Jim e sono arrivato alla luna.

Il motore del TIR tedesco è uguale

al concerto di Bach in una sala deserta

corre sull’autostrada aperta

per le gallerie di gelo verso le montagne

là dove una tempesta può portare primavera.

Esulta esulta anche tu sul filo

vieni vieni a guardare la fronte corrugata

della pianura che un fulmine

ha appena svegliato da un sonno di nebbie

il suo sangue è l’azzurro volo del biplano a elica

sulla pazzia per prati di un cavallo albino.

Divorano le ossa cantano

scavano la terra scoprono città immemorabili

affiora oro bianco fra la polvere

è lo specchio del tempo e noi qui insieme a

contare i passi per arrivare al fiume

ci aspetterà l’amico decapitato dalla nostra voce

il rullo dei tamburi i fucili puntati l’uomo insanguinato.

Il giorno

è un giorno diverso anche le ragazze impudenti camminano svelte

non guardano intorno

la città assediata brucia di fiori aspetta il

barbaro che porta tempesta

 

il suono delle sue spade dice parole non conosciute.

Se questa è la fine si può

domani trovare un faro sul mare

esultare perché le parole cadono prigioniere

rane bagnate dal fango fra i piedi

di mendicanti e soldati che dormono in mezzo alle rovine di Roma.

Questa non è una fine è il principio di un mondo

con il suo grido che apre le acque dei fiumi

un uomo a cavallo oltrepassa al galoppo veloce le sbarre di

ogni confine.

Lasciami posare il coltello sul tuo cuore vita perduta

vita ritrovata

il principe del silenzio vola sopra le foglie

tocca gli occhi del bosco risveglia api enormi

la città ha un brivido urla un jet lontano

l’arte come la vita ripete il futuro.

Leggo mille significati

quando viene la sera

e li accende come perle nere.

Nel tramonto ascolto suoni rumori

il Che come un Cristo con le ciabatte

su tavola di legno.

Il Che nella memoria questa sera mi arride e

sento la montagna camminare

sulle mie gambe in un vuoto che non vedo

dentro la solitudine della lunga strada inquieta.

Il giorno in cui mi hanno cavato la vita strappandomi da casa

erano soldati i bottoni lucenti

vestiti da soldato luccicavano le divise

splendevano gli occhi avidi sembravano soldati.

I passi del dottore argentino che chiedeva una verdura nuova.

Quando questi anni saranno polvere nella polvere

la vergogna dell’uomo ricadrà sopra me sopra te e non sulla terra

salvata dalla vergogna che l’uomo travolto

nell’oceano di dolore voluto non può sopportare. Il cane

dove sarà il cane? Leggero

con la pazienza fra i denti a raccogliere foglie. Odio

le foglie indifferenti alla morte

nella vita di un anno sono rassegnate al destino

sento le foglie cadere in un soffio il vento non dà più la vita

le foglie il mare di foglie mio rosseggiante cuore di foglie

foglie ansimanti

cuore d’agnello appena squartato

onde di foglie si inseguono nell’autunno italiano

risalendo dai prati agli appennini scontrosi

nelle case fra i rami con vestaglie di donne.

Foglie una foglia cadono cadono cadono ancora

rosso tramonto sul marmo appena lavato.

Che segnali mettere per dire

agli abitanti del futuro

di non scavare sotto Carlsbad nel New Mexico?

Nel fatidico ’68 non ero ancora nato.

Casa che non sei casa ma acqua sfiorata col dito

la casa era la casa della formica del ragno

che ride a un giorno verde appena uscito dal sole

la casa della carpa addormentata al bordo del macero

la casa dell’uomo perduto poi ritrovato

l’uomo senza fortuna l’uomo dimenticato

la casa era la casa delle scarpe ordinate

la punta delle matite nei cassetti dei mobili vecchi

riflessi da specchi straniti incrinati

vicino a finestre socchiuse

e, oh anche tu lo sapevi amor mio mio cuore

era la voce la casa dei passi in arrivo

luci di porte socchiuse

voci le voci le voci correvano andavano

per le scale di pietra fino ai paradisi infiniti

 

 

 

MicroMega – La verità della poesia, n. 3, luglio-settembre 1996.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: poesie pubblicate in quotidiani o riviste
  • Testata: MicroMega
  • Editore: Editrice Periodici Culturali
  • Anno di pubblicazione: n. 3, luglio-settembre 1996
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