Il Risorgimento fuori dalle secche della retorica: una dichiarazione d’amore di Roberto Roversi.
Il poeta, da sempre studioso dell’Unità d’Italia, la testimonia con i versi dei poeti che la vissero.
Qualche anno fa La Repubblica, quotidiano nazionale, pubblicò in allegato, con una bella e solida veste editoriale, in otto volumi assolutamente attendibili e molto illustrati, una Enciclopedia del Risorgimento Italiano.
Vorrei trasferire in convinzione la speranza che questa edizione, fra l’altro di accessibilissima spesa, abbia avuto un buon esito di diffusione, raccolto lettori, allargato il campo dei bene informati.
Ho ricordato questo avvenimento editoriale perché è un dato mortificante il disinteresse generalizzato degli italiani per la storia patria, quindi il ribadito disinteresse degli italiani per le vicende del proprio Risorgimento; nello specifico, per l’intero XIX secolo (secolo, invece, di grandi e gravi avvenimenti).
A conferma di questa situazione non encomiabile, basterebbe riscontrare le vicende e gli umori che hanno accompagnato, e tutt’ora accompagnano, progetti, propositi e risultati delle celebrazioni appena avviate, che hanno ricevuto spinte affaticate.
Anche solo dagli otto volumi a cui ho fatto cenno, che si possono sfogliare senza affanno, è possibile ricavare informazioni dettagliate sui fatti, episodi, scontri armati e battaglie di quegli anni di storia febbrile, in cui si cercava (da parte di tanti ma non da tutti) di comporre da sparse membra lacerate, impolverate, invischiate in sottilissimi misteri in cui l’Italia era da secoli parcellizzata, un corpo sociale organico, unico, insomma alla fine uno Stato, fuoriuscendo dal trauma, egoisticamente imperversante, degli stati e degli staterelli contrapposti ma alleati con un percorso lungo, complesso, contraddittorio, coperto di lacrime e sangue, di indifferenze nocive, dolorose, volgari, con una enorme, folle guerra mondiale che sembrò concludere il percorso o, meglio, che azzerò le cose già concluse e ripropose, altrimenti articolate o disarticolate, il cumulo delle contraddizioni, delle violenze e della volgarità politiche e riflessive in un’altra terrificante e disumana ottica.
Basti ricordare, per cominciare a districarsi fin dal principio, pur partendo dalla fine, che mentre il nostro Risorgimento si batté in tutti i modi contro l’Austria che ci dominava, lo svolgimento confuso e implacabile degli anni seguenti ci vide non più servi ma tollerati alleati (inizio della Prima guerra mondiale: 1914-1918).
Comunque, per ripercorrere il cammino nei decenni del secolo XIX, il risultato delle battaglie quasi sempre in alleanza con più organizzate truppe straniere (risultato non definitivo ma sempre realisticamente scomposto) fu faticosamente incerto.
Eppure, dentro a quel turbine contraddittorio, le occasioni per entusiasmarsi, per partecipare con emozione, furono millanta e molti personaggi emersero in esse, meritevoli a tutt’oggi di alta e non episodica informazione.
Speriamo che l’occasione così tormentata di questa centocinquantennale scadenza sia la spinta per un ravvedimento riflessivo, culturale e storico generale, e non vada platealmente dissipata.
Ripeto: fuori dalla retorica celebrativa ufficiale, gli italiani non conoscono il loro Risorgimento, non lo conoscono neanche un poco.
Nessuno glielo racconta o glielo ricorda o li stimola a ricordare.
Dunque, perché dovrebbero, a scadenze per loro un po’ improvvisate, emozionarsi per eventi che non li hanno mai sfiorati con costanti riferimenti scolastici o pubblici?
A parte Garibaldi, visto nei rilievi di gran guerriero, l’anticipo di un Che Guevara da leggenda, eccezionale comandante di formazioni militari sui campi di battaglia, ma non adatto, o propenso, a inoltrarsi senza stivali nei lunghi corridoi spesso ombrosi della difficilissima diplomazia e politica risorgimentale, nei quali risvolti e infiniti pertugi l’imbelle conte Benso di Cavour era sovrano.
Gli italiani conoscono almeno il nome di Garibaldi per via dei grandi monumenti a cavallo che ornano o premono le piazze di città e di paesi o per il nome delle strade, mentre del grande conte si danno molto più misurati rilievi riducendolo a mezzo busto su colonnette di marmo al margine dei pubblici giardini. Gli scritti, le lettere, i discorsi di Cavour sono raccolti in volumi subito adagiati nelle biblioteche e non so, invece, se ci sia qualche antologia bene annotata oggi in commercio.
Neanche le memorie di Garibaldi, almeno quelle riservate ai “Mille”, sono a disposizione (e se sì, non sono certo in evidenza).
Sicché un lettore desideroso di informarsi nel vivo di una scrittura diretta resterebbe impelagato nella ricerca (o nelle ricerche).
Messe a parte le plateali manifestazioni – lucenti fredde ed effimere – quali sono state pensate e programmate per l’occasione delle scadenze più conclamate o acclamate, sarebbe stato miracolosamente più utile adire a una programmazione editoriale, con riferimento soprattutto alle scuole (così tormentate oggi, e prive in gran parte di riferimenti emozionali). Almeno due nomi in alto rilievo. Cavour, dicevo, Garibaldi dicevo.
Garibaldi, per il cittadino comune, difficilmente si identifica e si precisa fuori dal sentimento di ammirata attrazione che prescinda dalle azioni leggendarie compiute sui campi di battaglia.
Ma Cavour è astrale.
Sembra, anche solo a sfiorarlo nei dettagli della sua persona e delle sue azioni in quel momento storico così poco decorativo o affascinante, burbero e anche spietato, così poco emozionante o emozionabile.
Tutta praticità vigorosa e impietosa, tesa ad aderire e, quindi, a far progredire un disegno politico straordinariamente lucido e complicato, in un percorso di gravi mutamenti politici in tutta Europa.
Dunque, nel Risorgimento italiano, due personaggi su tutti: un eroe epico e un genio della politica. Intorno a loro, esaltanti per originalità di vita e per dedizione alla causa, e per la infrangibile fedeltà alle idee fino al patibolo, alla ghigliottina, personaggi anche femminili.
Sicché si può strettamente collegare e legare la loro immagine a quelle altrettanto eroiche della Resistenza italiana durante il secondo conflitto mondiale degli anni Quaranta.
Che cosa promuove, anzi come alimenta l’Italia contemporanea questo cumulo di azioni?
È arrivata alla scadenza di queste celebrazioni con un ritmo, un fiato affannato, stentatamente retorico, privo di autentiche convinzioni e motivazioni (di emozioni).
Zeppo, piuttosto, di polemiche elargite da ometti travestiti da politici di potere. Tanto da rendere ancora vera e drammaticamente attuale l’affermazione forte e spietata di un grande, Massimo D’Azeglio: “Abbiamo fatta l’Italia, adesso dobbiamo fare gli italiani”.
Popolo paziente, geniale, laborioso, tartassato dalla storia e dalla prevaricazione di personaggi infami, costretto a retrocedere a calci ogni qualvolta riesce, al prezzo di immani sacrifici, ad aprirsi un qualche pertugio verso il futuro, sempre capace ad uscire vivo da scenari di morte.
Almeno questo è vero. Basta, per un’esemplificazione, il periodo della Seconda guerra mondiale, combattuto da eserciti contrapposti anche sul suolo italiano, in cui l’Italia, quasi unica nazione europea, è stata arata dalle bombe, città e paesi, dalla Sicilia al Po, mentre gli antagonisti combattevano implacabilmente per sopraffarsi.
Certamente la poesia, intanto negli anni del Risorgimento, ha accompagnato le vicende, suscitando emozioni ed entusiasmi nella parte, certo non prevalente, di una Italia ancora suddivisa e parzialmente mortificata, irretita negli ambulacri di culture, di beghe, paure, pregiudizi secolari.
Verità è, come è stato anche scritto, che la storia d’Italia è un guazzabuglio di contraddizioni, fra le quali emergono, di volta in volta, personaggi memorabili e azioni altrettanto memorabili.
Bisogna conoscere, con pazienza, il corso degli episodi accaduti in questi ultimi secoli per ricavare la spinta, anche al presente, per una qualche fiducia. Infatti, come è stato già notato, “pochi grandi uomini si resero conto di essere cosa più difficile governare l’Italia con onestà e con giustizia che ridurla ad unità”.
Parini, Foscolo, Leopardi, Manzoni, Carducci sono protagonisti, in questo precipitato assalto comunicativo, a rendere complesso il turbamento del tempo. Ma poi una selva di voci, un continuo ansimare di cuori sui ritmi della poesia, cuori partecipanti, di menti protese e attive per dare risalto alle azioni che tendevano a voler reclamare l’urgenza di rovesciare la realtà in atto.
Fra i tanti episodi che dovrebbero essere, con urgenza, rimemorati almeno da una scuola educativa e formativa (fuori dagli eventi sibilanti delle scadenze) vorrei intanto segnalare la battaglia di Curtatone e Montanara, gli undici martiri di Belfiore (Mantova), i trecento di Sapri, i “mille” di Garibaldi, il frate Ugo Bassi, la rivolta di Venezia e la sua bandiera bianca.
È quello il tempo, insisto, di versi scritti e cantati, di suoni, di trombe, di bandiere lacerate e divelte, di infinita amarezza e di quotidiana speranza, decoro epico di morte e di vita. (I giovani potrebbero ascoltare se i vecchi si decidessero a ricordare non per un solo giorno).
Curtatone e Montanara sono vicinissime, a pochi chilometri da Mantova.
È il giorno 29 maggio 1848. Lì sul campo, le milizie toscane formate soprattutto da studenti volontari delle università di Siena e di Pisa, al comando dei loro professori, si batterono e impedirono con le armi in pugno agli austriaci di arrivare a Peschiera assediata dai piemontesi, con la conseguente vittoria a Goito.
Il poeta Giovanni Prati dice: Quando la fredda luna / Sul largo Adige pende / E i lor defunti l’itale / Madri sognando van / Un corruscar di sciabole, / Un biancheggiar di tende, / Un moto di fantasmi / Copre il funereo pian. / E via per l’aria bruna / Sorge un clamor di festa: / L’ugne su noi passarono / dei barbari corsier / Viva la bella Italia! / Orniam di fior la testa: / O vincitori o martiri, / Bello è per lei cader!
È il ritmo della poesia che si impolvera con la marcia dei soldati e dei volontari verso un campo di battaglia, o che parla alto perché i propositi e gli avvenimenti maturino.
Un altro autore, in questo ordine di scritture, poco amato dalla critica accademica, ma di avventurosa eleganza formale e di grande empito narrativo, è Giuseppe Giusti con Sant’Ambrogio: Vostra eccellenza che mi sta in cagnesco / Per que’ pochi scherzucci di dozzina. / E mi gabella per antitedesco / Perché metto le birbe alla berlina. / O senta il caso avvenuto di fresco / A me che, girellando, una mattina / Capito in Sant’Ambrogio di Milano, / In quello vecchio, là, fuori mano…
O Vincenzo Monti, in Per la liberazione di Italia: Bella Italia, amate sponde, / Pur vi torno a riveder! / Trema il petto e si confonde / L’alma oppressa del piacer.
O Alessandro Manzoni, grande fra i grandi, nel suo Marzo 1821, dedicato a Teodoro Koerner, poeta e soldato della indipendenza germanica, morto sul campo di Lipsia il giorno 18 d’ottobre 1813: Nome caro a tutti i popoli / che combattono per difendere / o per riconquistare una patria: Soffermati sull’arida sponda / Vòlti i guardi al varcato Ticino, / Tutti assorti nel novo destino, / Certi in cor dell’antica virtù. / Han giurato: “Non fia che quest’onda / Scorra più tra due rive straniere: / Non fia loco ove sorgan barriere: / Tra l’Italia e l’Italia, mai più!”.
O Luigi Mercantini con La spigolatrice di Sapri (al comando di Carlo Pisacane, mazziniano, a Sapri, al centro del golfo di Policastro, sbarcarono poco più di trecento “audaci”, dopo avere approvata questa dichiarazione letta dal Pisacane come una sottoscrizione di impegni: “Noi qui sottoscritti dichiariamo altamente che, avendo tutti congiurato, sprezzando le calunnie del vòlgo, forti della giustizia della causa e della gagliardia del nostro animo, ci dichiariamo gl’iniziatori della rivoluzione italiana. Se il paese non risponderà al nostro appello, noi, senza maledirlo, sapremo morire da forti, seguendo la nobile falange dei martiri italiani. Trovi altra nazione del mondo uomini che, come noi, s’immolino alla sua libertà; ed allora solo potrà paragonarsi all’Italia, benché sino ad oggi schiava”): Eran trecento, eran giovani e forti / E sono morti!… Eran trecento, e non voller fuggire; / Parean tremila, e vollero morire: / Ma vollero morir col ferro in mano. / E avanti, a loro correa sangue il piano.
Un tentativo drammatico come quello del Che in Bolivia, tanti anni dopo. Oppure l’inno di Goffredo Mameli, steso e subito anche cantato fra il 1848 e il 1849.
Scrisse il Carducci: “Che è quel che squilla come una fanfara di gioventù? Leviamoci in piedi: è il quarantotto”. I giovani lo cantavano andando a combattere, e anche Mameli, dopo averlo scritto, l’ha cantato e ha combattuto, cadendo, intrepido, alle porte di Roma: Fratelli d’Italia / L’Italia s’è desta… Stringiamoci a coorte, / Siam pronti alla morte; / Italia chiamò / …Noi siamo da secoli / Calpesti e derisi, / Perché non siam popolo, / Perché siam divisi; / Raccolgaci un’unica / Bandiera, una speme; / Di fonderci insieme / Già l’ora suonò. Colpi di scalpello sulla pietra della storia d’Italia che si stava radunando.
L’Italia fino ad allora una terra tempestata dalle invasioni militari e devastata dall’oblio. Si esalta il sentimento sempre più prolificante di doversi unificare per trovare finalmente una identità comune, tale da farci apparire, noi italiani degni di essere, di sentirci una nazione. Concludo, e potrei continuare, con due frammenti bloccati fra l’epica di un poeta, Cesare Pascarella fondamentale di quegli anni e della nostra letteratura (in dialetto romano): il CCXXI sonetto della Storia nostra, uno fra quelli dedicati a Giuseppe Garibaldi:
Solo, senza nissuno! E a ’na chiamata
Je risponneva tutta la nazione.
Addio matre, sorelle, innamorate,
Case, parenti, amichi, professione…
Ricompariva! L’arba era spuntata
Che nun ci aveva cinque o sei persone;
Dopopranzo già c’era un battajone;
Verso sera ci aveva già un’armata!
E dovunque, purché lui se li pij,
Le giovane je davano l’amanti,
Le matre je portaveno li fij…
E lui già, sempre lui! Sempre io stesso!
Come che quello lì diceva: Avanti!,
Tutta la gioventù j’annava appresso.
E da un frammento, al margine della Storia, per l’Italia:
Dio ve l’ha fatta bella. E si la sorte
Ci ha concesso a noi de falla unita,
Adesso tocca a voi: fatela forte.