Vent’anni fa, con Automobili, si interruppe la collaborazione fra Roberto Roversi e Lucio Dalla. Il disco, comunque bellissimo, risultò molto diverso rispetto al progetto iniziale, riduttivo rispetto allo spettacolo che Dalla aveva inscenato (e di cui, prima o poi, salterà fuori qualche incisione-pirata). Una parte delle canzoni venne scartata, alcuni testi furono abbreviati. Nelle note di copertina, i testi risultano di Norisso; i musicisti che collaborarono con Lucio Dalla erano: Carlo Capelli, Marco Nanni, Giovanni Pezzoli, Luciano Ciccaglioni, Ruggero Cini, Rodolfo Bianchi, Tony Esposito, Rosalino Cellamare. Ma a risentirle, quelle canzoni, e a rileggerli, quei testi sull’automobile e sull’uomo al volante, emergono immagini e categorie modernissime. E persino profezie di Crash.
(1976) – Il futuro dell’automobile è lo spettacolo cantato di un’idea: oppure, diciamolo con semplicità, sarà magari solo il progetto di questo spettacolo cantato. E la nostra idea è questa: ciascuno a suo modo e nel suo campo d’interesse e di lavoro, ma tutti insieme, dobbiamo affrettarci a ridisegnare la mappa dell’uomo, questo uomo del ’76, che ogni giorno sembra bruciare sotto la carta di cento giornali.
Dobbiamo cercare di ridargli una faccia (la nostra faccia), un cuore (il nostro cuore), dei sentimenti (i nostri sentimenti), un amore (il nostro amore), anche un’ombra (ecco la nostra ombra). Dobbiamo accompagnarlo, parlargli, discutere, ascoltarlo: ascoltarlo soprattutto nei momenti in cui credendosi solo parla o cerca di parlare ad alta voce. Dobbiamo con un dito cercare di seguire perfino la leggera polvere del suo fiato. Noi veniamo qua coi piedi in terra, con una nuova esperienza, con una rabbia diversa, con i suoi problemi che sono terribili ma anche con la sua volontà di capire e di vivere il futuro. Dunque col bisogno di mescolarsi e unirsi agli altri per cercare…
(1996) – Oggi è forse diverso da allora? Più complicato e impossibile? Molti di questi testi, nella sostanza, dicono cose ripetibili anche oggi, credo. Direi, tali e quali. A parte I muri del Ventuno, canzone epica, come sulla guerra di Troia; ma che ancora mi fa gelare la pelle. Cosa importa?
L’episodio, le parole de L’ingorgo sono prese da un giornale del ’76 o di oggi? E L’intervista con Gianni Agnelli, a parte le rughe? Poi c’è Nuvolari, che allora in tanti avevano dimenticato (ma oggi ho il rammarico vero di non aver ottenuto la canzone su Achille Varzi, l’avversario lucido e spietato; personaggio da modernissima leggenda; per me il più grande pilota del secolo, fra tanti campioni).
Così le Mille Miglia una e due; films su strade ancora libere e alberate, solo in parte catramate, impolverate, poco illuminate. Potrebbero essere corse oggi, fuori dagli autodromi? Di notte, a letto, molti sentivano lontano i motori ruggenti. No, non si potrebbe; solo memoria, ricordo, scancellazione del presente, per chi in qualche modo le ha viste. Il mondo di oggi è altrettanto epico ma in modo atroce; ma i campioni sono troppo vicini e presenti, sempre, per dare i brividi.
I MURI DEL VENTUNO
Sono le otto di sera
quando appare la prima bandiera rossa
sui muri della Fiat.
C’è questo nuovo settembre dentro al vecchio settembre
e va a picco con tutta la vita il vecchio dolore che dura.
A Genova a Milano a Torino questa chiave apre il destino.
Sono le nove di sera
quando appare un’altra bandiera rossa
sui muri della Fiat.
La gente è sulla strada, la gente non vuole aspettare.
La gente ha le dita di brace, la gente non vuole più parlare.
Una rabbia dura spacca la giornata e diventa terribile, ordinata.
Sono le dieci di sera
ecco una quarta bandiera rossa
sui muri della Fiat.
Si chiudono i cancelli e i tetti sono abitati.
Gli operai hanno gli elmetti, in giro c’è un grande silenzio.
Tutti sono soldati, tutti lavorano e trattengono il respiro.
Intanto cento bandiere
si aprono nel vento
saltano e ridono sulle ciminiere.
Quando il sole del giorno precipita nella sera
la fabbrica è illuminata, gli operai lavorano al tornio;
oppure sopra i cuscini dormono come bambini.
Parodi alla Fiat-Centro parla agli amici che ha intorno:
“la vigilanza sia armata, continuare sempre il lavoro,
i turni si svolgano esatti, disciplina anche di notte”.
A un giorno succede un altro giorno
e la gente sta dentro alla lotta;
a una lotta tremenda, che scotta.
Questa è la situazione dovunque si guardi o si vada:
dalla Diotto a Garavini, da Moncenisio ai Cantieri,
Subalpina o Dubox, Ansaldo Westinghouse o San Giorgio.
Poi sopra rotaie piegate
i giorni diventano anni;
di questi si ricorderà la memoria.
Oggi non c’è ancora la vittoria, ma badate: sempre unità, compattezza.
Si riaprono i cancelli, tornano cauti i padroni.
Si ammainano le bandiere da tutti i tetti, dai muri e dalle ciminiere.
Ma queste giornate di ferro
queste giornate di gloria
si sono fatte leggenda,
sono già nella storia.
MILLE MIGLIA, PRIMA
…Il sole si spaccava
contro il sole dei gasometri
e dall’alto lasciava
una riga rossa di sangue
sulla strada per chilometri…
NUVOLARI
…Quando corre Nuvolari, quando passa Nuvolari
la gente arriva in mucchio e si stende sui prati
Quando corre Nuvolari, quando passa Nuvolari
la gente aspetta il suo arrivo per ore e ore
e finalmente quando sente il rumore
salta in piedi e lo saluta con la mano,
gli grida parole d’amore
e lo guarda scomparire
come guarda un soldato a cavallo
a cavallo nel cielo d’aprile…
MILLE MIGLIA DEL ’47
…Nuvola Nuvolari
sei una nuvola nera,
dentro a un cielo sereno
sfascio di primavera
A cielo aperto
quando sbatti il martello della sorte
se cerchi la morte
la morte non verrà…
RODEO
L’asfalto si snoda in turniché,
in curve defilate.
Le città piccole o grandi si spengono come candele.
Esce un odore lungo di caffè
dalle finestre spalancate.
L’ultimo raggio di sole dorme sul tuo ginocchio.
Poi la strada si riempie di gente
agli incroci o nei viali fanno un blocco
fanno blocchi stradali,
c’è fumo nell’aria e intorno non si vede più niente.
Ruote di gomma, cataste, altoparlanti che gridano,
donne e ragazzi allineati
allungano un foglio attraverso i vetri abbassati,
parlano di fabbriche
dicono di cinque fabbriche occupate.
Il paesaggio qua è ormai cambiato.
I camion sono fermi contro i muri.
È scomparso il mare, il vento sembra un vento infernale
batte e ribatte contro le serrande chiuse.
Un giuoco
il giuoco sembra arrivato al rush finale.
Questi uomini e le donne
dicono dieci parole,
sono parole dure come un sasso,
non è carbone acceso da spegnere sotto il tacco.
Dentro quest’anno
per la prima volta
avremo una recessione globale;
dicono che tutto cambia
e gli uomini lo sanno
nel mondo industriale.
Dicono che non sarà sempre così.
Anche se questi tempi sono duri
indietro
indietro
indietro non ci lasciamo buttare.
Dicono dieci parole
o di parole ne raccontano cento
mentre riprendiamo questo viaggio.
La macchina corre via sopra un viadotto.
Corriamo come un aliante
che striscia leggero le grandi ali sul prato
e vediamo là sotto
bianco nudo e solo un uomo
che agita un violino rotto
e con un’ombra si sta battendo a duello.
Il silenzio intorno
è un silenzio strano
un silenzio duro
un silenzio bello.
ASSEMBLAGGIO
…La mia incertezza non è più assoluta.
Lo so anch’io che questi sono anni
tutti da ricordare;
lo so che non c’è un giorno
un solo giorno che si può buttare.
LA SIGNORA DI BOLOGNA
Mi accarezza la mano,
legge adagio il futuro.
È seduta sul vuoto.
Con il pollice striscia
il solco della mia vita.
Brucia il mio passato.
Ha lunghe dita magre
e ha trecento mattini
da riempire di favole.
Poi cammina leggera
dentro a una nebbia gialla
che cade nella pianura.
Ma che città è mai questa?
improvvisamente so
che il ricordo non basta.
Siamo ormai nel duemila,
la notte è un deserto ordinato.
Alberi e alberi in fila.
È il sogno di un’avventura
o un’avventura sognata
nel buio di questa sera?
Mi fermo a fantasticare
fumo come un dannato
mi lecco le ferite;
lei mi può cancellare
o mi può richiamare
con due sole parole.
Cosa potrei lasciarle
se lei mi lascerà?
Restano antiche paure.
È ferma nella piazza
vola con i piccioni
è ferita dal sole.
Sono verdissimi gli occhi
che s’aprono in un sorriso,
li corregge con la matita.
Poi un giorno è partita,
ha rubato il marito
alla sua migliore amica.
Dopo mesi è tornata
il marito è distrutto
l’amica è disperata.
Come in una storia antica
mi ha cercato e chiamato,
non ho voluto tornare.
Il verde che strisciava
sul solco della mia vita
non è quello di prima.
L’età dell’automobile
gettona tutti i miti
nei chioschi di benzina.
STATALE ADRIATICA, CHILOMETRO 220
Al chilometro 220 ci aspettano ombre e mille sentimenti,
l’asfalto della strada è una sabbia di conchiglie rare
ma non c’è al mondo posto più bello per fare l’amore
di quella trattoria dove allevano le quaglie vicino al mare.
Al chilometro 220 la tabella di marcia è mantenuta,
c’è il tempo per la barba ma lo specchio si rompe in cento pezzi,
nel silenzio le orecchie fischiano dentro a un tempo sereno,
molti uomini con pazienza aspettano il passaggio di un treno.
Al chilometro 220 si incrociano le strade del mondo
stesa sull’erba c’è una ragazza bionda che conosco
dieci giovani merli le calano sul ventre di foglie
manderà scintille come la paglia in un giorno d’agosto.
Al chilometro 220 finalmente qualcuno è vicino.
Io ho moglie e figli (dice), non posso mai riposare
non riposo nemmeno la domenica di natale
anche a pasqua e al principio d’estate devo sempre andare.
Al chilometro 220 ci avviciniamo al nostro appuntamento.
Fermo la cisterna, con un fischio chiamo l’amico
dicono che l’amico l’altra notte è partito
non scendo, metto in moto e non mi volto indietro.
Al chilometro 220 l’impatto è terribile come un colpo di vento.
È uno scarabeo la macchina rovesciata nel fosso
brucia e sembra un tronco, un tronco arroventato,
corre corre la gente a guardare, il cielo rosso.
Poi la vita torna a sorridere, la vita non può aspettare;
altri uomini arrivano e si guardano intorno.
Un TIR con quintali di “bionde” dentro al rimorchio
suona, chiede strada, dentro una galleria scompare.
DUE RAGAZZI
…Dall’alto piove una neve verde
portata dall’ombra della sera,
scoppiano tre stelle all’improvviso
enormi come un grande riflettore
sopra all’auto scalcinata
al margine di un campo
dentro a un’auto in demolizione
dove due ragazzi senza tempo
fanno l’amore
L’INGORGO
…Al quarto giorno avanzano un chilometro,
molti hanno lasciato l’automobile
e girano per i prati e le foreste
cercano il pane e l’acqua come bestie
Dividono sul bordo della strada
l’ultimo creck, l’ultima bottiglia;
la cocacola è razionata a gocce:
due gocce solo per le labbra rotte…
INTERVISTA CON L’AVVOCATO
…Da tutti è ormai confermato
che l’auto è in una crisi profonda,
che l’auto non ha futuro
come uno stecco di legno su un’onda
e che dopo l’assestamento
le auto saranno più rare
e finiranno per scomparire
come lampare sul mare…
IL MOTORE DEL DUEMILA
Il motore del duemila
sarà bello e lucente,
sarà veloce e silenzioso,
sarà un motore delicato
di metallo prezioso,
avrà lo scarico calibrato
e un odore che non inquina;
lo potrà respirare un bambino o una bambina…
Zero in condotta, n. 26, 17 novembre 1996.