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“Cara mamma”

Considerazioni sullo “stato” dell’informazione – La satira può svolgere un impegno di rottura

 

Due o tre articoli letti e fatti accaduti inducono a considerazioni che trascrivo, per quel che valgono e possono servire. Prima: il Convegno sulla stampa (quindi sull’informazione) organizzato dall’editore Laterza circa un mese fa a Milano, di cui si è letto molto, che mi interessa soltanto per alcuni periodi di un articolo di Giorgio Bocca su “Prima” uscito in questi giorni; a cui posso aggiungere anche un lucido intervento di Giampaolo Pansa. Seconda, da un altro versante, “La lettura dalla periferia dell’impero” di Umberto Eco (in prima pagina su “Il Corriere della Sera” di sabato 24 aprile).

Scrive Bocca, intitolando “Il 25 luglio della stampa italiana”: “Insomma venerdì 25 e sabato 26 marzo nella sala dei congressi del Leonardo Da Vinci, il ‘Watergate’ milanese… si trovano i direttori, i giornalisti, gli amministratori che contano, cioè una settantina di persone… per fare del convegno, in partenza un po’ accademico sul tema giornalismo e cultura, il Gran Consiglio del giornalismo italiano, l’ultimo drammatico Consiglio su un regime ormai moribondo”. E più avanti: “Devo dire che è forse la prima volta che ho visto principi e baroni del giornalismo italiano con le spalle al muro… perché si può girare la polenta a tutte le velocità e in tutti i modi ma la sostanza reale del problema non cambia: stampa sovvenzionata, stampa condizionata”.

Gianpaolo Pansa, che ha una lucidità particolare per intendere e qualificare le cose, non sovrapponendo parole a parole ma cogliendo quasi sempre il bersaglio al centro (al cuore) afferma, ancora in merito al problema generale: “Non sarei così ottimista. L’esperienza fatta in questi anni nei quattro maggiori quotidiani d’informazione mi suggerisce considerazioni un po’ amare. La prima è che il corporativismo riemerge in forme nuove… i giornali sono davvero degli autobus che si aprono soltanto dall’interno… oggi la fase del collasso economico per molte aziende editoriali coincide con un momento di grande libertà professionale e di grande potere civile per chi opera nei giornali. Merito, certo, dei giornalisti, ma merito anche del vuoto di potere politico che è il connotato dominante di questo periodo della vita nazionale. Si combatte, e si vince meglio, quando l’avversario dorme o sta nascosto. La mia sensazione è che questo momento non sia destinato a durare a lungo”. Queste citazioni da due interventi di giornalisti “illustri” permettono di tirare alcune considerazioni o addirittura alcune conclusioni – in merito allo “stato” della informazione. Nelle frasi di Bocca intanto si coglie il senso di un’arroganza di potere molto perspicua anche se mediata attraverso il filtro dell’informazione detta (o così detta) democratica, della libertà d’informazione ecc. E il segno di un potere ormai chiuso, facile all’irritazione e tuttavia mai del tutto immune da una certa approssimazione o sciatteria di stampo ancora provinciale si ricava anche da altre direzioni, in special modo ascoltando i berci che s’alzano se solo si propone di discutere su “questa” libertà di stampa.

La quale sembra una conquista ed è una conquista; ma tuttavia è troppo spesso data come una conquista “giornalistica” mentre è vera, dura, giusta conquista di tutti. D’altra parte, proprio a ribadire il quadro di questa supponenza, Pansa ricorda come il mondo del giornale o dei giornali sia una sorta di tappa e che per entrarci occorrono cento sortilegi e mille o centomila fortune. Ricorda inoltre che parte di “questa” libertà d’informazione dipende dal vuoto di potere; tanto che conclude con grande onestà intellettuale: “allora vedremo se il giornalismo nato da questi anni è davvero un contro-potere, oppure soltanto un vice-potere, un poterino sussidiario destinato a squagliarsi e a sparire non appena il potere reale avrà ritrovato, magari sotto una faccia nuova, l’antica durezza”.

Riflettere su questo punto, dietro la suggestione delle frasi e delle conclusioni dei personaggi “ufficiali” è una utile ginnastica mentale, che consente di non riposare sul permaflex delle soddisfazioni (sia pure parziali) che ricaviamo dalla lettura di informazioni più cattive, più vive, più vere, più dirette, più aggressive; notizie, aneddoti, riferimenti impensabili solo alcuni anni fa. La copertina del settimanale “Tempo” dedicata all’Antilope-Leone (un esempio ovvio in altri Paesi) da noi è da storicizzare inserendola sotto vetro.

E tuttavia la notizia, ogni notizia, sembra avere davvero una libertà “innaturale”, dovuta a contingenze immediate, quasi come il ballo dei topi là dove un gatto non c’è; perciò è anche una libertà con licenza, con certe sforzature, a volte grossolana, in cui l’informazione è contornata spesso (così mi pare) dal livore di passati risentimenti, di passate rinunce; perciò è spesso squilibrata, invelenita; carica di un rancore. D’altra parte sappiamo che lo spazio dell’informazione giusta e vera si conquista non si acquista, viene preso strappando ma non accettato come un regalo, e un regalo improvviso; inoltre, che dove il potere accetta d’essere irriso o deriso senza opporsi segno è che ha stabilito d’aver bisogno di questo momento d’irrisione per i suoi traffici terribili e nascosti.

Quindi è utile respingere l’informazione in libertà come un’informazione innaturale, nel senso che proviene come concessione di vertice; chiediamo (esigiamo) invece una informazione della libertà, cioè non quella informazione che ci è data ma la libertà di ricevere o compilare la nostra informazione. In un discorso sia pure rapido come il presente entra anche la lettera di Umberto Eco sul “Corrierone”, come era chiamato dagli ambrosiani d’antan.

L’autore vuole usare la satira linguistica per svillaneggiare il nostro potere corrotto e per irridere macabramente a una situazione in atto. Proposito esemplare. Ma per spicciarmi in due parole: credo, e non sono solo, che la satira possa svolgersi – e svolgere il proprio impegno di rottura; vale a dire di rompere di volta in volta le incrostazioni ufficiali, le incrostazioni sociali e ogni sovrastruttura – per tre vie (tre direzioni d’uso, dice Ferroni in “Il comico nelle teorie contemporanee” tutto da leggere) e cioè: la satira di testa (delle idee), la satira degli uomini (della società), la satira sull’uomo (quella sul cuore umano?).

E credo che quest’ultima, straziante e stravolgente, sia stata toccata da pochi: Aristofane? Molière? Courteline? Quello straordinario narratore di storie da una pagina che è Zoscenko? Eco sceglie e produce satira di testa (quindi satire sulle e delle idee). Bene. Ma i tre soggetti del rapporto comico (cito Ferroni) sono: un soggetto (che vuol provocare comicità), lo spettatore (che deve ridere) e l’oggetto comico (qualcuno o qualcosa). Ebbene in quella lettera che per me è stata deludente per una imprevedibile regressione a una satira sbiadita e di maniera (faticosa e bolsa) c’era la conferma classista dell’autoritarismo (inconscio sia pure) dell’autore; il quale con la scelta del segno contraffatto privilegia l’area culturale dello spettatore; il latino maccheronico per il laureato o il diplomato.

Sicché questa libertà (entro cui si esercitano questi segni) è una libertà di testa, sofisticata con sgarbo, prepotente in qualche modo (perché egemonica), irridente (perché usa ogni sfarzo e collocazione) e soprattutto datata. Meglio, meglio e più nuova in ogni senso, politicamente più utile, e militante, una letterina; la letterina del bambino che comincia: Cara mamma…

 

 

 

“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 30 aprile 1976.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: venerdì 30 aprile 1976
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