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La “cultura” e il “potere”

Premetto subito che è un semplice cenno in riferimento a un fatto editoriale; e ne parlo qui – mentre intanto stanno entrando in campo i grossi calibri della critica – autorizzato dalla ristampa antologica della rivista di Vittorini “Il Politecnico” pubblicata da Rizzoli. In una prima edizione l’antologia curata da Forti e Pautasso era stata edita dall’editore Lerici nel 1960 e allora l’opera tardò a esaurirsi ed ebbe un’accoglienza onesta e seria (certamente) ma nell’ambito degli addetti ai lavori; in questa nuova edizione riveduta si trascina dietro o fa aprire un “nuovo” dibattito che a me sembra stia, almeno fino ad ora, fra il sorpreso, il regressivo, l’ossessivo (nell’iterazione) e l’ammirazione mossa dal fiato delle memorie.

La posizione “sentimentale” di partenza per avviare il giudizio è la seguente: ecco cosa si faceva, si voleva fare, ci si proponeva allora, in quel fervore di nuovo e diverso che premeva, e con l’entusiasmo ancora giovane e autentico che agitava le vele della nostra società (si tenga presente che “Il Politecnico” è uscito dalla fine del 1945 alla fine del 1947); ed ecco quanta delusione presente e quanti errori, con conseguenti smacchi, possiamo esibire fino ad oggi; cerchiamo dunque – dicono – di riprendere il problema, di svilupparlo e intanto sforziamoci di ricuperare non diciamo la “felice” disposizione di allora, che non si potrebbe, ma almeno le sollecitazioni di un fervore onesto, di un terrore che dovrebbe portarci avanti, dopo le ultime vittorie.

Questo è un cenno semplificato al massimo che indica, contro sole, i termini del problema, mentre si sente per l’aria il suono del galoppo di chi accorre allo scontro-dibattito che dà i primi suoni.

Il centro di tutto pare resti la polemica ormai istituzionalizzata Togliatti-Vittorini o Vittorini-Togliatti; ancora una volta fra il politico e il direttore di una rivista (che era anche uno stupendo provocatore culturale, in ogni situazione, quale non c’è più stato). Diceva Togliatti: la politica ha le sue “richieste” e a queste, entro i modi o i nodi, la cultura deve “rispondere”. Rispondeva Vittorini: la cultura non può non svolgersi all’infuori da ogni legge di tattica e di strategia, sul piano diretto della storia; la cultura non può né deve suonare il piffero per la rivoluzione, la libertà deve essere libera e ognuno deve poter fare e scegliere (scrivere, dipingere, poetare, partecipare, obiettare) come crede, secondo coscienza.

La polemica non fu sforzata, fu a medio termine, contenuta all’interno di scontri freddi che lasciavano però un segno profondo, molto più di grida lanciate sulla piazza. I contendenti erano importanti e avevano le carte in regola per misurarsi in onesto modo. Finì che la rivista “chiuse”. Quell’impeto, condiviso da uomini nuovi e intelligenti, sfuocò e ciascuno prese una strada. “Il Politecnico” restò per molti a documentare una grande speranza di fare, un inizio. Ma solo oggi o soprattutto oggi sappiamo, per via di tante prove e vicende passate, che da trenta anni la cultura italiana ha delle estati brevi e dei lunghissimi inverni; che al rapido entusiasmo succedono i riti dei silenzi improvvisi o dei rapidi disamoramenti o smarrimenti.

Tuttavia non è mio compito approfondire questo e in questo scritto. M’importa invece documentare che un nuovo dibattito si va proponendo sull’onda di questa ristampa, e ritenere con convinzione turbata che tornerà in atto una delle solite scadenze irta di discorsi e discorsi (il chiacchiericcio saputo) che ci dovrebbe un poco sommergere e distrarre se non avremo l’accortezza di svicolare ed esimerci consapevolmente; e dato che il problema “vecchio” non ha avuto alcun sostanziale aggiornamento se non di date si può prevedere che tutto finirà in una rissa da polli. In quanto – è questo che credo e l’ho appena indicato – il problema così posto è un vecchio problema o un problema falso e non per niente è promosso con il consenso univoco di tante parti in causa.

Perché vecchio o falso? Perché l’intellettuale è, secondo la norma esemplificata, colui che fa politica ma riservandosi qualche privilegio – e badiamo, non dico affatto privilegio pratico o volgare (anche se qualche volta si dà) ma privilegi culturali, insomma quel margine di sicurezza un po’ aulico, un po’ paternalistico, un po’ tattico che ciascuno ritiene essenziale di doversi preservare. Quel margine che non presuppone né chiede libertà autentica (che è sempre una fatica disperata) ma rispetto per le proprie consuetudini e per qualche abitudine; e in cui ci aggiungerei la convinzione di essere autorizzato a dare più che a ricevere; così che una addolorata permalosità è per lo più il condimento di un rapporto che è stato spesso segnato da troppi risentimenti. Inoltre è un vecchio o falso problema perché, così riimpostato, porta di filato a quella conclusione (che si aspetta) che fra politica e cultura margine non c’è, che l’una tenta d’arraffare e strumentalizzare l’altra sicché alla fine si ottengono soliti traumi, solite delusioni, solite perplessità.

A mio parere oggi, dopo tanto cammino percorso, questo scambio artificiale di argomenti dorrebbe essere semplicemente rifiutato. Il problema non si dà più così, non si deve più dare; oggi, per via di ciò che si è fatto e pensato in questi anni, soprattutto dai giovani, sappiamo tutti (oramai come un’ovvia verità) che la cultura è politica e la politica è cultura. Politica è un fare pratico ed è l’organizzazione del fare e del pensare ma è anche la fantasia di questo fare e pensare ed è la loro previsione – che è direttamente immaginazione. Non è più “utile” tollerare alcuna influenza argomentativa che tenda ancora una volta a interferire e a scindere questa sovrapposizione. Politica dunque è scelta, è operare, è aggiunta di qualcosa, è rinuncia a qualsiasi forma di autoritarismo ma in forma di consapevolezza critica non di consapevolezza sentimentale, quindi non come “concessione” ma come “convinzione”.

Il discorso richiederebbe adesso non più questo cenno ma un’indagine approfondita che altri potranno anche fare. A me importava avvertire che si preparano alcuni ludi schermati, per i prossimi turni della cultura ufficiale, i quali preludono all’avvio di una precipitosa foga oratoria sul tema della libertà della cultura, di questa cultura. Noi invece affermiamo la cultura della libertà, per cui ci aspettiamo progressi magari più limitati ma certamente più approfonditi; con l’uso politico della leniniana pazienza.

 

 

 

Chi comunica cosa e come, l’Unità, venerdì 12 dicembre 1975.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: l’Unità
  • Anno di pubblicazione: venerdì 12 dicembre 1975
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