Si rimanda tutto a monte e ogni cosa, atto o parola, deve ricominciare da capo. Mi riferisco al processo e alle conclusioni di secondo grado relative al processo per la strage alla stazione di Bologna di dodici anni fa. È dunque il trionfo della giustizia su un grave ma comprensibile errore precedente, oppure si tratta di un capovolgimento di una precedente ingiustizia al seguito di nuove prove, nuove valutazioni? La tormentata e tormentosa storia di questo lungo processo esemplare a me sembra possa collegarsi in diretta e strettamente alla altrettanto tormentata e tormentosa storia della tragedia di Ustica, comportando entrambe una analoga conclusione. E cioè, che niente si sarebbe fatto, niente di niente si sarebbe ottenuto e tutto sarebbe ancora una volta confluito nella palude melmosa in cui senza quasi speranza affondano le tante speranze di giustizia inevase di questa Italia ufficiale assatanata e oscura, se non ci fosse stato costante e implacabile l’occhio e poi la voce e la mano e la disperata costanza dei famigliari delle vittime; a incalzare giorno dopo giorno l’inedia dei politici, la disaffezione dei politici, l’arroganza dei politici; e di conseguenza la disastrata e per tanti versi appannata magistratura italiana. Senza i famigliari, si sarebbe mantenuta attiva, sul palcoscenico di questa Italia di fine millennio, la giostra delle parole al vento, delle lacrime al vento, delle promesse al vento, delle notizie al vento…
Mongolfiera – Bologna, n. 14, 21-27 febbraio 1992.