Vorrei dare questa volta una piccola antologia di temi. Sul settimanale L’Europeo è in corso un’inchiesta iniziata col fascicolo 43 del 24 ottobre e continuata a tutt’oggi nei numeri 44 e 45 del 31 ottobre e 7 novembre, e più precisamente su “i giornali e il potere”. Penso che possa essere utile rileggere insieme ed estrapolare alcuni punti e spunti da servire al discorso che stiamo facendo. Ha risposto Peter Nichols, corrispondente del Times da Roma al giornalista Sandro Ottolenghi che l’intervistava: “Secondo me, sono due i difetti più gravi della stampa politica italiana. Il primo è la mancanza di aggressività, di cattiveria; il secondo è il linguaggio… la mancanza di cattiveria nasce, sempre a mio parere, dal fatto che il giornalista politico italiano si crede un protagonista della vita politica, e non un interprete”.
E per il secondo difetto: “colonne e colonne di piombo, scritte per iniziati, per chi ‘deve’ capire: è la lingua dei politici, fatta per i politici. Far credere di dire tutto e invece non dire nulla, o quasi”.
Queste mancanze, che sono alla base della pubblicistica generica italiana, erano anche ribadite a colori (sempre sullo stesso settimanale) riproducente la copertina di Linus, il mensile a fumetti del cagnolino Snoopy, con la battuta: “Adesso il problema è che sappiamo tutto di tutto, tranne cosa succede”. E nell’introduzione all’inchiesta il direttore dell’Europeo, Tommaso Giglio, annotava: “La realtà è che gran parte del giornalismo italiano, come è stata disposta a servire il vecchio regime, adesso appare ben disponibile, verso il futuro regime. Per sapere da che parte spira il vento del potere, basta seguire le mosse di certi giornalisti italiani. Negli anni cinquanta essi furono pronti ad accorrere al richiamo delle iniziative editoriali di Enrico Mattei, l’uomo che rappresentava in quel momento il potere nascente. Oggi accorrono al richiamo delle iniziative editoriali di Gianni Agnelli e sono diventati persino esaltatori postumi dell’ingegner Valletta. Il gioco che si chiede loro, e nel quale si sono dimostrati abili, è sempre lo stesso: favorire con un linguaggio di sinistra una politica di destra”.
Andiamo avanti. Ha risposto la giornalista americana Sari Gilbert, corrispondente del Washington Post da Roma: “I giornalisti politici italiani sembrano scrivere per una cerchia ristrettissima di persone… i quotidiani spesso usano un linguaggio pomposo… se io seguo un fatto sui giornali italiani, mi capita spesso di trovare dieci indicazioni diverse a proposito dello stesso particolare… così il giornalista straniero deve sempre più spesso rifarsi alla fonte. Se io lavoro come corrispondente a Londra, la cifra o la notizia che mi dà il Times è esatta al 99,9 per cento dei casi. Nei giornali italiani, invece, questa sicurezza non ce l’hai quasi mai… sì, e ho l’impressione che molti suppliscano con l’invenzione. Troppe notizie danno la sensazione di essere state “ricamate”. Per concludere: le magagne del giornalismo politico italiano? “Difficoltà di accesso alle fonti, ermetismo di linguaggio, insufficienza di spiegazione”.
Ha risposto Pintor: “Il giornalismo politico italiano in generale: è a livelli bassissimi… perché i giornali sono in mano a gente che li utilizza per esercitare un potere politico indiretto…”.
Ha risposto Fortebraccio: “I giornalisti, secondo me, sono dei cronisti… ma se (il giornalista) aggiunge un parere suo, positivo o problematico, allora prende posizione e diventa politico. Un giornalista politico è dunque, in realtà, un politico giornalista, vale a dire un uomo”.
Concludo questa corsa sia invitando a rileggere sull’Europeo quanto è stato pubblicato e a seguire magari i prossimi interventi, sia riferendomi a un articolo di Franco Fortini (stimolatore a ogni grado del dibattito culturale da oltre 30 anni) apparso sul Manifesto del 5 ottobre nella rubrica “Lettere e opinioni” sotto il titolo: Perché mi sfuggono certi sbagli?Perché non sono un buon giornalista: “Un lettore di Genova mi scrive, gentilmente, per protestare contro l’uso di parole o di modi difficili… ha perfettamente ragione… chi scrive su di un giornale ha il dovere di parlare ai più… perché mi sfuggono certi sbagli? Perché non sono un buon giornalista. Il giornalista scrive in fretta e sa, professionalmente, o dovrebbe sapere ormai quasi d’istinto, che cosa può e che cosa non può scrivere. Io sono un mediocre giornalista e un buon scrittore… eppure la questione è molto più seria. Non si tratta di parole. Si tratta di idee. So con certezza che da sempre si impiega, con limpida malafede, l’accusa di essere ‘difficile’, ‘intellettuale’, ‘complicato’, ‘cerebrale’ e non solo contro quel che è davvero difficile e mal scritto ma anche contro opinioni e idee che si sono capite benissimo. È un vecchio gioco e se ne può anche ridere”.
Da queste varie citazioni si può capire quanto sia tormentato, da più parti, il problema e il dibattito sulla comunicazione, sul giornale, sul linguaggio; e da quali posizioni può essere affrontato. E quanto sia importante, e come sia ancora lontano da una soluzione.
“Chi comunica che cosa e come”, l’Unità, venerdì 7 novembre 1975.