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La rabbia e la ragione

Premetto che la scelta, volutamente unilaterale, sottintende in breve una immediata indicazione di temi, quali: la guerra (ogni guerra), la politica (la lotta politica), e quel tanto di privato (ma non lacrimoso) che si conclude col ritorno dall’esilio (“incendi precedono il figlio”); sino alla fine, cioè, di una odissea e al riaprirsi di un nuovo capitolo altrettanto problematico; o, se vogliamo, di un capitolo di vita non troppo diverso dal precedente per le nuove difficoltà e i contrasti che incombono (“Le fatiche dei monti stanno dietro di noi / davanti a noi stanno le fatiche delle pianure”).

La produzione in versi di Brecht (materiale di scontro, d’urto e di immediato realizzo a fini pratici, contingenti, politici) è tipica delle prospettive dure e particolari entro le quali l’autore adattò ogni sua opera, ogni suo scritto. Nessun altro scrittore in questo secolo strumentalizzò con così rabbiosa protervia il proprio talento e violentò la propria fantasia per persuadere il prossimo, il compagno di strada (“Non aspettate tranquilli la morte!”) o per attaccare l’avversario. Ogni opera di Brecht presuppone sempre un interlocutore che la contesti e un lettore consenziente che deve essere persuaso a leggere; nella sua dose e dote di chiarezza (apparente) e di logicità alle volte ovvia c’è raccolta la tensione di un operare con le ore contate e dentro lo stimolo di una urgenza mortale. Da una parte un nemico (reale) che avanza, dilaga, schiaccia (“tanks, cannoni, corazzate, e a punto / nei loro hangars gli aerei”); dall’altra uomini isolati che fuggendo si adattano a sperare e affilano le armi, non solo della ragione; oppure che si inviliscono in una lotta che pare non risolversi. Il rapporto è terribilmente incongruo, eppure in questa disparità di forze che dialetticamente è disarmante (“Di prima mattina / giro la manopola e ascolto / i notiziari di vittoria dei miei nemici”) si verifica in ogni momento la consistenza della “giustizia” e della speranza che nasce dalla giustizia. Non ci si aspetta un trionfo improvviso, mentre si è immersi nelle ore buie, ma il faticoso ritorno della normalità entro cui vivere, e di una certa realtà non corrotta. E col ritorno della giustizia non l’emergere del tempo dell’oro; ma, se non un ragionevole equilibrio, almeno una più diretta volontà d’agire, un ricomporsi del tessuto sociale.

È evidente la mancanza di utopia in Brecht. Egli non affida i suoi messaggi a simboli, non prefigura capziosi ideogrammi nel misticismo (sia pure della politica), non fa del narcisismo ideologico; piuttosto incalza metodico, monotono, alle volte con una certa pesantezza, una ridondanza che può apparire mediocre, spersonalizzata, ma che in realtà finisce per convincere e avvincere più di ogni esaltante invocazione lirica (“Mostro / quel che ho veduto”). Non epici, i testi di Brecht sono piuttosto organizzati con un razionalismo didascalico che non teme neppure le contraddizioni quando esse finiscano per riuscire proficue. I temi sono la guerra, il partito, l’imbianchino,la rozzezza astuta e tragica dei potenti (“Quelli che stanno in alto / si sono riuniti in una stanza. / Uomo che sei per la via / lascia ogni speranza”) e le contraddizioni anche economiche di una società volgare (nel senso di “spaventosa”); il suo metodo è quello di scegliere o di centrare un tema e di svilupparlo come una argomentazione, che non è mai moralistica – perché non vuole colpire il sentimento – bensì dialettica, cioè rivolta alla ragione; e comunque pratica, perché tiene conto obiettivamente della situazione e delle necessità utili per contrastarla.

Questo produrre per un pubblico (per la gente comune) non da richiamare e convincere ma già disposto dalle vicende a intendere ogni dilemma o problema, e che non si lascia frastornare o fuorviare, dispone l’autore a drammatizzare i propri testi, ad adattarli a canovacci per una tragedia dell’arte,a possibili recitativi, a invettive e prese di posizione, ad aneddoti, scene, schizzi, stravolgenti bozzetti; o addirittura a proporli come fatti di cronaca (nera) per renderli più immediatamente e largamente fruibili per tutti gli usi di una vita intera. Sono testi in movimento; celebrativi (nel senso che sforzano le situazioni di fatto isolandole in rapide folgorazioni narrative) e politici (nel senso che enunciano e propongono, dentro ai vari momenti di tensione pubblica, una scelta; o ribadiscono la necessità di queste prospettive di scelta); ciascun lettore potrà poi aggiungerci qualcosa o togliere qualcosa, cantarli, contestarli, rivoltarli; potrà in continuazione riscriverli, liberamente appropriarsene, adattarli ad altre circostanze, implicarli in situazioni diverse. Apparentemente rozzo nella sua scaltrissima semplicità; poco sfumato perché tutto teso a una argomentazione che vuole partecipare (proporsi uno scopo), Brecht compie una profonda operazione di demistificazione poetica, trasferendo la poesia dall’isolamento tradizionale, in cui prevale l’interesse privato-lirico (e dove risuona la dolcissima retorica) all’impegno irto e difficile dell’interesse pubblico e della lotta politica (“Nel mio canto una rima / mi parrebbe quasi insolenza”). Non più sentimentale (“la lirica deve essere giudicata sulla base della sua utilità”) egli la declassa con una operazione di trasferimento violenta e improvvisa (ma tuttavia consapevole, misurata e calcolata) a strumento di persuasione, di sollecitazione, di ammonimento; la utilizza e manipola in ogni modo, con la scaltrezza tecnica dello specialista, usando la ballata o un secco discorso disarmonico, “gli ottoni dell’allitterazione” e le rapide e balenanti allusioni, ammicchi ecc. che toccano mente e cuore e si annidano subito nella memoria. E non evade mai da questo impegno, non svirgola, non elude; se nei tempi bui bisogna cantare dei tempi bui, egli fa oggetto della propria operazione questa ricognizione spaventosa e difficile; alle volte quasi un’opera impossibile, un’impresa disperata. In molti componimenti c’è quell’ironia ringhiosa, da cane, che graffia la realtà e la esaspera dilatandola, non potendo intanto colpirla a morte o soltanto ferirla; e tuttavia, a sostenere la struggente tensione del discorso, si sovrappone la consapevolezza drammatica di operare sul concreto per il futuro del mondo e, in altre parole, e sia pure con pochi strumenti, per la salvezza dell’uomo (“Sì, verrà un tempo / che a quei savi e cortesi / pieni d’ira e speranza, / che sulla nuda terra si posero per scrivere / nel cerchio di chi era in basso e di chi lottava, / sarà data pubblica lode”).

 

 

 

Avanti, supplemento della domenica, 30 gennaio 1966.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Avanti
  • Anno di pubblicazione: 30 gennaio 1966
Letto 3627 volte Ultima modifica il Martedì, 29 Aprile 2014 16:18