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Intervento su poesie di Cesarano

Tengo sotto gli occhi, per questo rapidissimo inventario, oltre naturalmente ai testi che qui si presentano, dell’altro libro di Cesarano, La pura verità, soprattutto Autodromo; che mi pare tipico e mi serve – mentre offre un risultato eccellente sotto tutti i punti di vista per “organizzazione” e per “lingua”; per espressività organica.

Là, subito: “il cancello si spalanca, / un muso di bestia che annusa l’asfalto / esce adagio / poi intiera si vede la macchina… / Cammina / in tuta il meccanico, scorta la macchina / col fumo dello scappamento che sfiata / sulle ginocchie lente e le macchia”. E dopo, di un coniglio che si precipita ammattito dal frastuono dei bolidi: “Nel pelo / parassiti e semi a uncino di vegetazione / selvatica”. Mi sembra, sia pure dai brani estrapolati, che risulti (e risalti, in qualche modo) il bisogno “freddo” del particolare, la ricorrenza a una ricapitolazione (che non è descrittiva, non soltanto descrittiva) dei singoli dettagli, per incastrare una scena, un fatto che conta; come uno scendere dal generale al particolare e non viceversa (risalendo); una illuminazione o chiarificazione a ritroso. Cioè: da una certa sicurezza preliminare ci si svolge alla ricerca di tutti i dettagli, che non vengono contestati ma reperiti e subito strumentalizzati (classificati) ai fini di una dichiarazione di princìpi. Si esprime anche una “esaltante” prevaricazione in questo procedere senza scrupolo – e, direi, senza l’ombra di una memoria ingombrante e senza “troppi” dubbi. Ne riesce, in generale, un risultato fortemente struggente nell’ambito sentimentale (ma senza sbavature e complicazioni) e di chiara o comunque risaltante fermezza ideologica; non un interrogarsi ma un dichiarare, contestando le cose. Anche una scaltrita prepotenza che non finisce nel generico o nel gridato (l’usura del melodrammatico) ma si mantiene contenuta, controllata dalla ragione che opera e indaga. Scene di un racconto, è stato detto? o un racconto tout-court? Sia pure. Con qualche malizia che contraddice subito ai rapidi (e leggeri) indugi lirici (il “trabocco” del sentimentale di cui si diceva sopra).

Nei testi qua offerti il discorso cambia, o comincia a cambiare, per il critico. È da un po’ che sto attento a questo mutamento, a questo passaggio di coordinate – che avviene, mi sembra, nonostante tutto, con le regole, i necessari calcoli e con cautela. Ora il discorso si infittisce, si aggruma; si fa “spesso”, alle volte addirittura difficile, per una concentrazione che risucchia all’interno i possibili appigli esplicativi e li assorbe nello spessore caldo delle argomentazioni. L’autore appare nervoso e in un’attitudine di sospetto, comunque indifferente al fruitore; non lo consiglia, non lo segue, non lo provoca (di proposito) e non vuole convincerlo (non cerca di convincerlo). Il discorso, che era prima con l’altro, si fa monologo; il personaggio si sfuoca; il racconto diventa introspettivo e accentuato nei nodi ontologici; c’è una recrudescenza di lingua colta, quasi un ricupero di una certa accademia compiuto di proposito (s’involve; aurea; gravi collere; visceri; ratti; s’involò; intiera; voraginoso; trasalimenti; sorte impredicata; l’aspro grido; divaricati sguardi; lenti vocaboli ecc.; e ancora: canuto, afrore, orante, codesto, m’appiglio, pulsa, rovi ecc.); una insofferenza a generalizzare (“tanto, registro / ciò che è a portata d’occhio, ciò che si sente / sopra o sotto il brusio”);cioè subito sopra e subito sotto, quindi appena una impercettibile divaricazione; il proposito di affidarsi a una metodologia; restringere i confini. Questo si traduce in una (magari apparente) maggiore calma, o quiete (dopo una tempesta); il discorso, mentre si complica si amplia anche; prolifica in sottosezioni congetturali, attinge la metafora. Decade, ai fini argomentativi e strutturali, la necessità di reperire e codificare il particolare; e sopravviene una dilatazione sfumata come lo sgranarsi di una fotografia ingrandita. Una “irrequietudine” dell’intelletto (che non contraddice quella calma) e una più accentuata (e drammatica) incertezza sentimentale. La struttura è vilipesa, violentata, quasi contorta (al modo di un filo di ferro più volte piegato); i dettagli sono accatastati; gli oggetti, le cose relegati alla funzione “negativa” di controcanto; non sono più funzionali ma demoliti, quasi archiviati a un ruolo subalterno, espressionisticamente decorativo. C’è un autentico “scempio” del particolare – che è tragico, irritante e, nello stesso tempo, molto interessante. È un annuncio che il privato avrà il sopravvento? di una possibile autobiografia (fortemente drammatizzata)? del prevalere del particolare e il dilatarsi dei nuclei sentimentali, sia pure controllati e vigilati dalla ragione? assisteremo a una rappresentazione d’interni? o esploderà il dramma autentico, già preannunciato, di chi è dilacerato fra l’obbligo della sua socialità e il necessario espletamento degli incarichi e dei poteri privati? Tali domande, disposte con l’affanno del breve spazio, presuppongono intanto una concentrata problematicità in questi versi che leggiamo, una carica provocatoria di forte rilievo; e testimoniano intanto dell’interesse che nasce dall’interno di testi lungamente e acutamente elaborati.

 

 

 

Paragone-Letteratura, anno XVI, n. 190/10, dicembre 1965.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Paragone – Letteratura
  • Editore: Arnoldo Mondadori Editore
  • Anno di pubblicazione: anno XVI, n. 190/10, dicembre 1965
Letto 3302 volte Ultima modifica il Martedì, 26 Febbraio 2013 16:17