In ordine ai futuri adattamenti dei programmi culturali, a mio parere non è così generalizzato e approfondito l’impegno preliminare, se non sbaglio, di cercare di costituire o ridefinire l’ambito entro cui la società degli uomini dovrebbe assestarsi; dato che solo così, partendo da questo punto, sembrerebbe poi legittimo e concreto riflettere sul particolare e sui particolari, e programmare prevedere e provvedere, sia pure a non lunga scadenza – se si tien conto della rapida obsolescenza di ogni punto di riferimento acquisito, in questa società onnivora che mastica angeli e diavoli con una continuità inesorabile, quale nella storia non è dato in precedenza riscontrare.
Se si vuole trascrivere il precedente pensierino in termini meno arzigogolati, ecco che il succo della mia premessa potrei anche proporlo così: prima di rimettersi a operare, a pensare, a censurare e a censurarsi, a reprimere o insufflare al seguito dei tanti crolli concettuali e delle tante fragorose sorprese recenti, non sarebbe il caso di stabilire subito – o, se si vuole, di cercare di stabilire – in che modo e in che mondo intendiamo ancora vivere? In un mondo del tutto nuovo (cioè diverso, da quello che tocchiamo con mano e ci irrora, noi occidentali, i beati della terra, con continue colate di oro), quindi tutto da riscoprire, ritrovare, riconoscere, inventare? Oppure nell’attuale colabrodo gastronomico, schiacciapatate di ogni intemperanza, baraccone di innominabili sorprese, che serve a cento succhiando il sangue a mille?
A me pare che sarebbe il caso di sottoporre la sopraindicata domanda intanto agli illustri e sagaci e pertinaci commentatori ebdomadari della realtà italiana su quotidiani e settimanali, i quali invece propongono, magari senza volere, una ambigua disposizione e collocazione della loro ombra, in quanto dipingono il quadro con pennellate nere e lo contornano con una cornice tutta riboboli e oro zecchino. A dire: sì, il particolare è orrendo ma il generale è stupendo; ci sono i vandali ma la terra canta. Il fatto è che poco si riesce a capire e poco si riesce a concludere, tirando il filo di queste diramazioni e divagazioni sillogizzanti; tanto da ricavare, da chi presta orecchio disponendosi nel senso di una lettura critica e sospettosa, che ci sia poco di concreto, di sostanziale in questo incongruo o in sostanza innocuo moraleggiare a stampa. Senza che nulla venga neppure incrinato.
È ovvio che non ho tempo né voglia né interesse – soprattutto né voglia né interesse – per rivolgere l’appunto e la domanda in generale; premendomi, esclusivamente, di interferire come cittadino nella parte a me congeniale e con la parte (e la gente) che ritengo autorizzata a darmi semmai le risposte. O un riscontro. O l’inizio di una qualche risposta. Facendo le cose.
Così, per drammatico inventario, prendo le ultime stragi automobilistiche, le morti dei giovani, gli sconquassi di ferraglie ritorte come dopo un terremoto o una maledizione. I morti sono giovani e quindi la colpa è dei giovani. Meglio, per l’esattezza: il problema è dei giovani. Vivono troppo avanti nella notte (in quelle notti), quindi bisogna limitare gli orari delle discoteche che li richiamano, li coinvolgono e poi li risputano all’alba, intorpiditi; e nelle discoteche bisogna limitare la vendita degli alcoolici. Dicono così.
Intanto, in televisione, ogni tre passaggi pubblicitari due hanno riferimento diretto ai liquori e ad altre sbobbacce similari (strizzabudelle e fiammiferi dell’intestino, gabellate per deliziosi nettari scacciapensieri e socializzanti, marchio di promozione dentro la buona società). Aggiungo: e intanto, se appena guardi una delle tante piccole ciofeche made Usa che seralmente ci vengono ammanite, non c’è bel giovane in mutande prima dell’amore o quasi nudo dopo l’amore che sortendo dal letto non corra ad abbeverarsi all’intruglio con ghiaccio e soda; così come la sinforosa sdilinquita che gli è stesa a fianco e che attende il bicchiere quasi fosse acqua santa di Lourdes.
Siamo dunque circondati, in piena contraddizione con le necessità reali e i problemi reali della nostra società, da una pressione costrittiva verso l’uso degli alcoolici che non lascia tregua. E allora?
Se fosse vero, sul serio, che sono gli abusi di bevute a tirarsi appresso queste allucinanti tragedie, non sarebbe giusto impedire come primo atto concreto e responsabile il proliferare della pubblicità televisiva, cinematografica, grafica e giornalistica? No! Perché questo non si può fare, per evidenti ragioni di politica economica; quindi si svicola alla solita ricerca di meno impegnativi riferimenti punitivi.
La velocità? L’eccesso di velocità? È l’altra causa indicata. Ma anche in questa occasione si dovrebbe svolgere la stessa sconsolata argomentazione. Berline scattanti e lucenti, vere folgori del cielo, vengono proposte e vendute a condizioni stravaganti, stimolanti, coinvolgenti. La guida dinamica, con grinta, è sottosegnata in ogni risvolto come contrassegno di giovinezza esplodente, di virilità, di successo. Chi va per autostrade avrà, credo, percepito come un assillo diabolico il fiato oppressivo (ormai un dato pauroso) l’esplicita violenza che comprime e opprime quella fascia d’asfalto. L’affanno dei motori è simile al respiro inesorabile, implacabile di una mandria di animali scatenati in fuga. Bene; i limiti di velocità, ridicolmente proposti e ridicolmente legiferati non vengono osservati da alcuno; e non c’è nessuno, proprio nessuno, che li faccia osservare (ponendo così lo Stato tutore dei propri decreti). Le strade italiane sono oggi unicamente affidate alla nevrosi da traffico, alla nevrosi da velocità, alla nevrosi da impegni lavorativi e alla nevrosi da promozione pubblicitaria dei singoli cittadini. I tir-killer, i furgoni-bomba che imperversano in una sarabanda d’inferno su e giù per le autostrade da Milano a Napoli, da Milano a Taranto, da Milano a Palermo, perché mai dovrebbero fermarsi a riposare ogni tanti chilometri, e non superare nelle gallerie, e moderare comunque la velocità assatanata, se con un solo uomo al volante devono partire alle cinque dalla Sicilia per essere alle 14 a Milano, e da lì ripartire senza tirare il fiato per essere di nuovo a bàita, a carico sempre completo? Un pugno di agenti, qua e là come dispersi in un deserto, per mille e passa chilometri. E perché il giovane deve essere indotto ad acquistare a rate la berlina da 200 km all’ora per poi procedere per libera scelta e nei rettifili di pianura a 100 km all’ora? Per l’educazione sociale? Per la maturità sociale? Per il rispetto sociale?
Questi, che qua sommariamente esibisco, non sono problemi della cronaca, abituata a masticare ossa di morto. Questi non sono neanche, più in generale, problemi sia pure drammatici ma inevitabili di una società civile, ordinata e opulenta. Questi a mio parere sono i problemi di fondo di una società che ha perso il bandolo della matassa, sottraendosi culturalmente alle proprie specifiche responsabilità e avviando soltanto di volta in volta il contrassegno di un moralismo e di un perbenismo da strapazzo. Una società che, immiserita dentro a una opulenza da oro, si è messa volutamente allo sbando per non doversi confrontare sul serio davanti allo specchio inesorabile della realtà quotidiana; che ci macina inesorabile.
Non possiamo volere tutto e fingere poi, a parole, di condannare tutto. È ormai venuto il tempo di scegliere con qualche decisione e profondità, al seguito di una revisione culturale dei nostri problemi centrali che si è resa indispensabile – se non vogliamo naufragare impiastricciati nella mota delle nostre continue contraddizioni e delle nostre minute viltà, di comportamento e di riflessione.
In una annotazione recente il direttore de «La Repubblica» ricordava, senza sbagliare, con riferimento allo sfacelo in atto del nostro Mezzogiorno, che i giovani oggi non leggono più i grandi maestri del pensiero meridionale, da Villari a Rossi-Doria. Ma la colpa sarà ancora una volta di questa sciagurata gioventù? O non forse degli attuali trionfanti vezzeggiati profumati loro maestri? Che ormai di tante emarginazioni e omissioni, e di tante ironie, fanno una regola e un metodo culturale? Non è questo il nocciolo duro del problema? Non è da qui che bisogna cominciare?
Mi scuso per le innocue e ridondanti domandine.
Carte d’Arte, anno III, n. 3, aprile 1990.