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Il dio del mare da qui a lì

Dal Nettuno malato al Nettuno risanato. Bene. Certamente la statua del Nettuno, definita «colossale» dal padre francese Labat nel 1706; con «veramente la maestà di un dio», secondo la forte impressione di un altro viaggiatore, sempre settecentesco, aveva bisogno e forse un bisogno urgente di una pulizia o di un restauro. Per guasti e offese inferti, è forse appena il caso di annotarlo, non tanto dai quattro secoli ma piuttosto dai quattro quinquenni recentissimi, che, per uno sviluppo industriale e produttivo scatenatosi senza più alcun controllo, senza alcuna programmazione che non fosse finalizzata al lucro più specifico, hanno portato più guasti in occidente nonché nelle nostre ubertose pianure, di quanti ne lasciassero dietro di sé i barbari un tempo, nel corso delle loro improvvise invasioni. Questo mondo così puro, casto, incontaminato che ci vediamo ruotare attorno lacerato da mille ferite, è il buon risultato della civiltà del profitto e della produzione senza respiro e senza sospiro, incessante, essendo la filosofia presente e prevalente legata a una competizione da selva, da bosco medievale, con l’obbligo conseguente di azzannarsi senza esclusione di colpi, e senza soste, al fine di fare poi prevalere il più furbo, il più forte, il più protetto, o il più spietato.

Così, primo appunto da precisare, i guasti sulle o delle opere d’arte, specie quelle a cielo aperto, sono in prevalenza da imputare a fumi, acque, laghi, monti, cieli, soli, orizzonti oramai imputriditi. E la nostra cara Emilia, in riferimento a scarichi industriali non protetti, in aria o per terra, non sembra essere indietro a nessuno, anzi, se le indicazioni che girano sono esatte, siede nelle primissime file.

Ad ogni modo la buona notizia è che il povero Nettuno, tartassato dalle piogge acide più che dai reumi dell’età, sarà rimesso in sesto a spese di un consorzio di industrie locali, appositamente allestito e di lunga, o abbastanza lunga, durata. Se ne prende atto, e basterebbe questo.

Ma, secondo ciclostilati mandati in giro, interviste a vari, referti di stampa e di cronaca, dovremmo pure esultare o esaltarci; e allora sembra troppo. Perché, facendo conti minuti, la spesa di un miliardo e mezzo per settantasette aziende – tante sono quelle consorziate – porta a una cifra per singolo forse più bassa, più ridotta (ma forse più remunerativa), della spesa sostenuta da ognuna per mandare panettone, mortadelle e sciampagna dentro i canestri intrecciati, o l’agenda di Missoni, per Natale ai clienti più attivi e ai fornitori più solerti.

L’operazione è comunque, come tutte le altre operazioni a maggiore livello e di più consistente impegno intrattenute in varie parti d’Italia nei tempi scorsi o da intrattenersi nei tempi prossimi, è di puro semplice reale impegno promozionale. In altra parola, pubblicitario. Attraverso i muscoli del Nettuno incrinati dallo smog, ci si inoltra in una trafila ormai convalidata e sperimentata che, nelle terapie sui prodotti artistici molto rilevanti, considera esclusivamente un ritorno promozionale, una lustrata d’immagine. Almeno a mio parere, credo che chiarire questo, con minuzia insistita, non sia affatto scorretto o polemico o scortese (da cuore ingrato); ma un modo di impostare non solo questo atto operativo-restaurativo, ma l’intero problema generale in una più corretta prospettiva.

Il collezionismo d’arte, in questi trent’anni, è stato spazzato via dalla violenta mercificazione di ogni prodotto artistico. Mercificazione che non ha salvato neppure le nuove avanguardie; tanto che verrebbe da dire che ogni giovane artista, già al primo quadro o alla prima scultura, è marchiato a fuoco da un segno di proprietà su una chiappa come un vitello di branco. Classificato, valutato – e di lì non si scappa. Può magari sottrarsi al mercante, ma non al mercato. Al posto del collezionismo è subentrato questo ius primae noctis della sponsorizzazione, per lo più siglata da un nome industriale conosciuto, che a scanso di equivoci per lo più mette gli occhi su pezzi pregiati, su carni scelte da brodo e rifugge dai pezzi meno nominati, più oscuri. Si deve poi aggiungere, per togliere qualche suono alla festa, che nel nostro paese è in atto – in opposizione al cauto e conclamato recupero di qualche capolavoro – la sottrazione sistematica e dolorosa – quindi forsennata e quotidiana – del nostro patrimonio d’arte più minuto (più prezioso e glorioso ma meno famoso, meno conclamato). E poi, che dalle nostre grandi o piccole biblioteche, libri rarissimi e stupendi, vere architetture grafiche, esaltanti campioni di cultura, sono sottratti a pile, giorno dopo giorno; tanto da far dolere che a questo ritmo (l’ho già scritto ma lo riscrivo) fra cinquant’anni le bibliote­che italiane custodiranno solo topi, tarli e la polvere degli scaffali vuoti. (Ma la biblioteca dell’Archiginnasio non è da un decennio senza direttore?).

E allora dovremmo esaltarci, esultare più che tanto per un «gigante» lustrato da una cura sbandierata da oltre due anni? Perché dovremmo tanto ammirare e ringraziare? Solo se fiutiamo l’aria con il naso o speculiamo il cielo intristito e ingrigito con gli occhi, ce ne passa la voglia. Le urgenze sono altre. Meno da prima pagina e più da cronaca minuta, da necessità caute e quo­tidiane, da urgenze che non portano applausi assordanti.

Forse più lodevole in profondo, e veramente onesto e leale al servizio della gente, sarebbe risultato un consorzio finalizzato ad allestire per obbligo, in ogni centro di produzione, discariche non inquinanti e tecnologicamente aggiornate.

Un vero balsamo per la comunità. E invece, con poche palanche e qualche ciclostilato si crede di esorcizzare il vero diavolo del nostro tempo – che non si annida fra le pieghe di una statua ma piuttosto fra i fumi ambigui che si aggirano sulla pianura. Per ciò è scossa la fiducia, da parte di molti cittadini, sull’esito di tante operazioni conclamate ma esornative. La sostanza dei mali di questi anni permane dura, non interferita, quasi ignorata. E non promette niente di buono. (Mi piace terminare con un «aneddoto» di Chamfort, appena riletto in una edizione che mi è cara: «Venivano citati degli esempi circa la ghiottoneria di parecchi sovrani. Cosa volete – disse il semplice signor di Brequigny – cosa volete mai che facciano questi poveri re? Dovranno pur mangiare».)

È giusto aggiungere, prima di concludere e per non lasciare l’impressione di una genericità soltanto irritata, che questo è solo l’avvio di un discorso argomentato che dovrebbe prolungarsi con lo scopo di precisarsi, offrendo alcuni spunti più suggestivi d’appiglio. E così, nei personaggi locali della finanza è lecito vedere una prima sommaria esemplificazione di protagonisti in scena altrove; è là, certo, molto più definiti, incisivi e aggressivi. Con le mani in pasta in situazioni e scene che l’opinione pubblica, se fosse davvero attenta, dovrebbe sempre più controllare e accompagnare (nel farsi), oppure ribattere, al fine di non soggiacere a risoluzioni che potrebbero anche dimostrarsi, liberate dagli orpelli in superficie, deleterie.

Manca poi ogni accenno ai politici amministrativi, che per mandato gestiscono la conduzione delle cose nella nostra città; e quindi anche in riferimento alle urgenze di rimpannuciamento dei vari oggetti d’arte aggrediti dagli elementi atmosferici, dal peso dei secoli o più semplicemente dall’incuria degli uomini. Perché anche in questo caso sembra, il riferimento vuole essere in generale, che il fare sia piuttosto legato alla spettacolarità dell’operazione che alla reale urgenza. E il cittadino che guarda e osserva teme che ormai non ci siano più limiti, in ogni direzione, all’ondata d’urto, terrificante come un maremoto, della vita (e perfino della morte) intesa come teatro in piazza, come luce di una qualche ribalta. E che si tenda ormai a ridurre ogni atto in una commedia. Tali sono le preoccupazioni non rinunciabili, enunciate con scarsa vena polemica ma con convinta preoccupazione, partecipazione. Sarebbe buona cosa non sentirsi di continuo circondati, nella vita d’ogni giorno, da monologhi d’autore, o da notizie di balene.

 

 

 

Carte d’Arte, anno I, n. 1, novembre 1988.

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su quotidiani, settimanali e mensili
  • Testata: Carte d’Arte
  • Anno di pubblicazione: anno I, n. 1, novembre 1988
Letto 7190 volte Ultima modifica il Giovedì, 07 Febbraio 2013 14:31