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L’orso è fra le pere II (con lo pseudonimo Aristodemo Cavaforni)

[segue] Altri calcetti, frequenti e irosi, contro la porta.

Estracacio Pozzibonci, che è disteso, leggermente inciucchito, sotto il tavolo, grida: «Occupato!».

I calcetti continuano.

Estracacio alza, infuriato, la schiena e sbatte la testa contro il piano del tavolo. Urla: «Porco cane, porco cane, porco pippo e zavatero. Ho gridato “occupato”. Parlo turco? Parlo arabo? Se picchi ancora sparo contro l’uscio, mondo boiaccio e intempestivo». Si sentono i passi allontanarsi.

Estracacio esce da sotto il tavolo. Borbotta: «A essere stravaccati di sani concetti, non si sbaglia mai. Giovanin di Toma lo insegna a tutti». Afferra una bottiglia, lì sul tavolo, di moscatello affumicato di Lampedusa e trinca, poi si appoggia al muro e con la sua voce baritonale, che sembra colpi di zappa sulla pancia rassegnata di un bisonte, attacca a cantare: «Te le levi le braghette / te le levi sì o no?», da sotto il tavolo dove stava sdraiato a fumare, Peppino Bagnacorte lo segue facendo il coro «se non te le te te le levi / se non te le te te le levi / se non te le te te le levi», conclude quasi a bomba, a perdifiato, «Io te le leverò».

Chi aveva picchiato all’uscio e poi si era allontanata, pazientemente infuriata, era stata suor Emerenziana Settenoci, del convento delle fanciulle traviate e redente di Altopascia, venuta in città per assistere una zia ammalata e abitante nel piano superiore.

Mentre aspettava l’ascensore, si ripeteva in cuore: «Passi pure che si sparino fra di loro, questi senza dio, ma le canzoni oscene no, questo no!». Si scuote, e visto che l’ascensore non si presentava, decide di salire a piedi, rapidamente. Entra e si butta sul telefono. Chiama il numero 11118.

Rispondono subito: «Pronto, pompieri».

«Sono una suora, qui c’è un’ammalata, e nell’appartamento di sotto c’è sicuramente un’orgia scellerata».

«Per orge e simili, chiami lo stesso numero, digitando alla fine due volte “05”».

Suor Emerenziana esegue. Nessuno risponde. Torna ad eseguire, aspetta e finalmente una voce, un po’ appisolata, risponde: «Pronto! qua Centro Sturm Zum Trum, ovverossia “Tempesta e Assalto”, in difesa del sonno del cittadino operoso».

La suora spiega il problema.

«La canzone indecorosa è italiana o foresta?».

«Italiana, ma è sconcia»”.

«Ah, bene! se era foresta bisognava rivolgersi al Ministero degli Esteri, sezione f/G, che ha sede a Trapani La segno al numero ascolti bene e lo scriva, perché è importante, al numero 1735 per esecuzione della richiesta il giorno 25 dicembre 2016, alle ore 5,23 del mattino».

Suor Emerenziana: «Ma è matto?».

L’uomo: «Non ho finito; ascolti ancoraLa richiesta che ora mi ha sottoposto, la deve trasferire su carta bollata da 23 euro e sottoporre la firma alla certificazione notarile indi, ripeto indi, versare l’importo di 108 euro e 41 centesimi nella sede della Banca d’Italia di Ferrara, indi portarci personalmente tutti i documenti timbrati… solo allora l’operazione diventa veramente e giuridicamente operativa Capito bene, numero 1735?».

Suora: «Fra cinque anni?».

Voce: «Oh!… Eravamo 1500 nel nostro ufficio, motorizzati con biciclette di seconda mano, certo, ma utilizzabili… siamo rimasti in due, io Tommasotti Alfredo e Giacobazzi Vladimiro, che oggi non c’è perché ha la febbre… e poi sa, se mi vedesse, il Ministero ha messo all’asta per far denaro tutti gli arredi e io sono seduto per terra col telefono su una coscia… il biglietto dovrò scriverlo contro il muro… il mozzico della matita me l’ha regalato il salumaio qui vicino e per la carta… (comincia a singhiozzare)… sto usando l’ultimo rotolo del gabinetto che ho rubato due giorni fa nell’ufficio della sezione “Le bellezze d’Italia, una gioia viverle”». Singhiozzando più forte, conclude: «Forse mi sparo».

Suor Emerenziana, commossa: «Ma no ragazzo mio, c’è il Signore che ci aiuta a vivere». Ma la linea è caduta.

Si sente un frastuono e un tonfo nell’appartamento di sotto. Con un calcio uno ha sfondato la porta, che si è rovesciata a terra e ha quasi accoppato Estracacio Pozzibonci.

È l’onorevole Del Sasso. Si pianta lì in mezzo e a voce alta conciona: «La squinura che ingrovallava l’ipotesi della tangente bischera, ehi caro Borsini e Grovellani, anzi no! solo Borsini, noi potressimo avendo impecorinato le istanze della zolfa e così fatto trasmesse il lodibrio, voressimo tu e io metterlo il famigerato infame con chiappe al muro incollato come un pesce martello pescato con l’amo il dì non ricordo dell’anno non ricordo da Salvatore Buonastazza in una notte di luna. Noi potressimo sollevare la terra e il bacino dell’Adriatica… anzi, meglio dicesse, il bacino del Trasimano. Vincitori e vinti! dio bono; che ci azzecca?

«Se sei troppo buono le pecore ti mangiano» sentenzia Divina Arabò lisciandosi i capelli «e tu girami alla larga, con quelle occhiate da animale» dice rivolta a Del Sasso «Ti conosco nelle tue mene, con quelle mani da lupo».

«I lupi non hanno mani ma zampe, bellona in carriola» ride Del Sasso, mentre tutto affannato entra Mariolino Bellagamba, un vecchio militante del 1943, ma con precise ed esibite tendenze mistiche («Stalin morto, difilato è stato accolto in paradiso, dove lo aspettava con le ali bianche aperte Lenin, fumando la sua pipa». È tutto agitato, ansimante: «Dov’è Borsini, c’è qui Borsini, quel pataca?».

Del Sasso parla e sembra che gli risponda: «Sapressimo in primis delivrare l’occlusa ipotenusa intercalata dalla dottor Annalisa Ciribidini cactum ed ognum factotum… la valida abbattitrice di foreste di banane, travagliatrice di bocconotti alla crema.

Intanto Mariolino: «Cosa hai fatto, anzi cosa hai detto Borsini? Borsini mio, non andrai in paradiso».

Estracacio Pozzibonci riprende a cantare la canzonaccia incriminata poi, a un certo momento, da sotto il tavolo, sortisce fuori e grida: «Bevumma? fumumma? Fottumma?» battendo le mani.

«Urca! Certamente, ragazzo mio dalle gambe d’oro» dice la Bundù alzandosi con un salto dalla poltrona e afferrando al collo Borsini che stava accendendosi un toscano in un angolo, lo trascina via in un valzer vorticoso tanto che Borsini strangozza, perché rischia di ingoiare il toscano acceso.

Ballando, la coppia quasi travolge Dalimi che, come fosse altrove, non partecipa né è troppo infastidito dalla gazzarra, dato che è seduto in un angolo, vicino a un tavolino con un lume sopra, e sta leggendo e appuntando la Commedia Divina di Ludovico Arrosto (Ariosto! scemo!), nella traduzione in arabo appena pubblicata dai signori Scartazzini e Vandelli; precisamente il canto trentottesimo del Paradiso, là dove Arrosto (Ariosto! scemo!) dice:

 

Se s’invera la luce de lo inverno

piove sassi su l’onde e sui mattoni

e Burunda precipita all’inferno

 

niega colpe e non vuol sentir ragioni

il crimine gli è cònsono a lu petto

e gitta fiamme et nasconde l’occasioni…

 

Dilimi è già prossimo a sceverare l’arcano di queste due terzine, che rappresentano l’incubo dei dantisti da altre otto o nove secoli, pubblicando l’opera in due volumi intitolata Ipotassi e paratassi nella gnomica iterativa dugentesca con speciale riferimento ai testi di Girolamo Burgunda citato da Dante.

Mariolino Bellagamba grida ancora: «Fermati un momento Borsini, brutto pataca. Cose grosse, cose grosse, dio bono, e tu balli e ti consacri al delirio. Altro che pesce fritto a Riccione, pataca!

In realtà, buone ragioni di preoccupazione erano sorte, in fretta. Domenica 9 gennaio, sui giornali era stato pubblicata una intervista con un’ampia fotografia di Borsini, in cui, detto Borsini dichiarava: «Destra nel caos, chi alza la testa come Fini e Tremonti viene bombardato».

Leggendolo, il cavaliere infame si era fregato le mani. «Guerra? E guerra sia!». Alza il microfono, chiama Mosca, parla con Putin, gli chiede in prestito un cannone a lunga gittata. Subito fatto. Un 651 della prima guerra mondiale, già oliato e funzionante, e due bombe d’accompagno che sembrano due palazzi.

Montato nel giardino di Arcore, puntato e sparato. Il rombo è così forte che la colombaia e il gazebo nel parco crollano; i colpi filano via che è un piacere. Ma oltrepassano, strisciando sopra gli alberi, le ville del Rini e del Trefiumi, arrivano a Bologna, scapitozzano la torre così detta Asinelli, che è ridotta a un cerino, e polverizzano la periclitante Garisenda, che stava ritta con lo sputo, poi imboccano le gallerie dei treni Bologna-Firenze; arrivate là, centrano il secondo piano degli Uffizi, lo stanzone dei Macchiaioli e quello di Fattori che vengono polverizzati anch’essi, filano avanti ancora e, prima di arrivare a Roma, abbattono uno dietro l’altro i 56 campanili dei paesi della pianura (le campane, via via che piombano a terra, sembrano suonare a morto, come per il bombardamento di Dresda); infine, le due bombe arrivano difilato a Roma, imboccano la finestra da cui il Papa parla ai fedeli, girano all’interno del palazzi, qua e là, finiscono nella Chiappella Cristina dove esplodono scoperchiando i tetti e sbriciolando i muri. Addio Fabrizio Giovenale!

E il Papa? si può chiedere. Sarà detto appena più avanti. Anzi, lo scriviamo subito: è fuggito in elicottero in Svizzera, credendo a un attacco dei talebani.

Dopo poco esce in edizione speciale e gridata La Repubblica, che intitola a caratteri cubitali IL BERLUSCA BOMBARDA IL VATICANO.

Il cavaliere risponde subito, parlando a reti televisive unificate, e spiega agli italiani, anche a quelli di Argentina, che «un terremoto del grado 45 Mercalli, ha interessato Pianura Padana e Italia centrale fino a Roma, ma niente paura, delle torri bolognesi una sarà ricostruita in due giorni, più alta di venti metri, con pista per gli elicotteri lassù, un ristorante a 5 forchette e le specialità della cucina bolognese, cioè la trota brasata col salmone e cioccolata, l’orso bianco del polo sud con erbette alla menta, tagliatelle al sugo con la carne del somarello sardo e il tartufo fritto con le uova di tordo. A Firenze, niente, è una fortuna aver liberato spazio da quel gruppo di scribacchini di soldati a cavallo e di vacche aggiogate e viste di profilo come attrici al neon; i campanili dei paesi saranno tutti riedificati prima di sera, e al posto della campane riceveranno registratori con nastri di musica edificante o pop a propria scelta. A Roma, la Sabrina Cristina sarà ridipinta quasi uguale ai quadri dei due pittori Michele e Angelo dal figlio di Bossi, che ha buone tendenze artistiche (però ha detto che migliorerà i quadri, dipingendo al posto del padreterno il viso del proprio padre con i baffi neri)». Al Papa, subito ritornato a Roma, il cavaliere ha mandato, perché nevicava, un ombrello tutto d’oro con due brillantoni sul manico grossi come un uovo di struzzo, perché possa camminare all’interno del palazzo senza bagnarsi. Il fatto è che il sacro collegio dei cardinali, radunatosi, dopo una fredda e lunga discussione, ha dichiarato guerra all’Italia.

I soldati svizzeri, dismesse le tute cinquecentesche, hanno indossato quelle da combattimento, sono usciti e hanno riconquistato Porta Pia e i giardini del Quirinale. Senza colpo ferire. Infatti a Roma, attualmente, ci sono soltanto due soldati: Vladimiro Orsatti, ricoverato al Celio perché ha la varicella, e Stefano Fischiasodo in infermeria perché ha un ascesso a un dente. L’esercito è distribuito lontano, in Afganistan e a raccogliere il rusco a Napoli. Cosa capiterà ancora? Non si sa. Ma cose certo devono accadere. Anche quella che Tremari diventi Primo ministro. E Del Sasso? Ministro della Cultura (un esempio da una sua poesia: Il rusco puzza / a me non piace / meglio una bistecca alla brace / che un lumino al camposanto. / Stanotte ho pianto!!).

Adesso cosa accadrà? Mica si può scherzare! Pare che il Vaticano abbia la bomba atomica. L’ha ricevuta in eredita in due copie, insieme con un villino a Viareggio, da un vecchio generale Iracheno-Irlandese spentosi recentemente. Sono sistemate, essendo molto ingombranti, nei giardini vaticani, vicino alle fontane, e puntano verso il Vittoriano.

E qua, in via Spadazza Lanciacorta al civico 567? [brevemente la prossima volta a conclusione]

 

 

Foglio degli Eremiti, n. 11, 7 febbraio 2011

Informazioni aggiuntive

  • Tipologia di testo: articoli su fogli volanti
  • Testata: Foglio degli Eremiti
  • Anno di pubblicazione: n. 11, 7 febbraio 2011
Letto 8073 volte Ultima modifica il Venerdì, 01 Febbraio 2013 14:45