Una raccolta di versi inediti
Roberto Roversi e le poesie della libertà
In coincidenza con il prossimo 25 aprile, Roberto Roversi pubblica una raccolta di poesie dedicate alla Liberazione. Se tutti i mari del mondo fossero inchiostro, questo il titolo, è dedicato a chi è sempre in cerca di memoria.
Ho superato i settant’anni, perciò quegli anni me li ricordo. Per la mia piccola parte posso servir da testimone, che documenta con la sua storica memoria clima e vicende di un tempo, della sua giovinezza. Cosa fu, cosa vide. Soprattutto il periodo che dall’8 settembre 1943 va fino al 25 aprile 1945, i due più terribili anni d’Italia, specie al Nord, durante i quali si recitò la tragedia della libertà.
Contro la libertà però non c’era solo il suo contrario, assenza o vacanza, cioè la tirannia, al modo delle classiche tragedie greche. Contro la libertà ci sono i crudelissimi sistemi aggressivi, di sopraffazione crudele, che in primo luogo prevedono il carcere, poi la tortura, infine la morte, in ricorrente progressione. Un discorso iterativo. Quale accusa accampa il tiranno? Che si creda nella libertà e nella sua pratica, che altro non vuol dire se non credere nella dignità dell’uomo, cioè nella democrazia come metodo politico di convivenza, la libertà è una forma di pensiero che non può mai andare disgiunta dalla sua forma d’agire, sono anzi i comportamenti ad accreditarla, a renderla visibile… Perciò il tiranno non ne sopporta la vista.
Quella di allora è una vicenda che ho vissuto e alla quale ho partecipato e quindi che ricordo. Ne posseggo anche i dettagli, i miei. Ma è proprio qui che si intromette una domanda, un interrogativo che diventa un problema, uno dei più inquietanti di oggi, che mi tormenta: come è possibile far intendere la terribilità e l’orrore di quel brano di storia, di quei mesi (e degli anni che l’avevano preceduto) a chi non l’ha vissuto e che lo conosce solo per sentito dire, quando gli è concesso di sentirlo, un accidente lontano, manipolabile e manipolato? I più giovani, d’accordo che non hanno o non possono avere una memoria domestica o surrettizia, ma persino coloro che hanno cinquant’anni, i nati, i cresciuti, istruiti ed educati «dopo», nel riflusso, magari, delle nostalgie, nell’astratta raffigurazione mitologica e teatrale del tiranno. Si tratta di una questione pedagogica generale epperò particolare per un paese, quale il nostro, con così scarso allenamento storico alla libertà e alla sua cultura. Masochisticamente. Non possiamo davvero nascondercelo (la qual cosa nella pratica significa l’allerta continua, la guardia mai abbassata, come per una maledizione genetica).
A questo problema, molto pratico per le sue conseguenze oltre che per la sua sperimentata attualità, pensavo, penso, leggendo le poesie di Roberto Roversi, raccolte in questo breve libro, Se tutti i mari del mondo fossero inchiostro (edizioni Cooperativa culturale Centoggi), dedicato esplicitamente ai giovani, ai ragazzi. Ci sono casi, e questo è uno, in cui è importante conoscere il destinatario del messaggio, perché può diventare condizionante, com’e condizionante la «materia» per un pittore o per uno scultore. Per l’espressione o per l’espressività (che non è poco, se non tutto, la sua ragione nel suo modo d’essere). Roversi, e non lui soltanto, si è trovato di fronte alla necessità di scegliere, di fronte al disegno voluto e previsto, e ha scelto di far rivivere nella parola un clima. Prendere i lettori e cacciarli dentro un avvenimento già vissuto, secondo quelle modalità tragiche che si dipanano dall’una all’altra pagina, da giovani loro coetanei, con un prevedibile e naturale processo di identificazione. Non eroico, però, nell’accezione enfatica e declamatoria che si ha dell’eroismo.
Molti sono i criteri possibili, e anche utilizzati, nell’evocazione delle Resistenze, tutte incominciando dalle ricostruzioni «finte» del cinema e del romanzo, e dai documentari o dai memoriali. Ma una sorta di mimesi cronistica, realistica, li governa, non senza ricorso ad espedienti sicuri, come le risorse del patetico e della commozione: esigenze funzionali che stanno alle origini del tragico, intrinseche al genere. Nulla di ciò nel libro di Roversi, che dirotta invece la sua scelta sui sentimenti, quelli che conobbero, che animarono e, se così si può dire, usarono altri giovani, che direttamente conoscevano lo scandalo della precocissima morte. In questa operazione poetica i confini, geografici, si dilatano, comprendono e coinvolgono il mondo, il fenomeno è esteso dalle episodicità tattiche a concetto universale. Dalla storia alla condizione umana colta in un suo momento di crisi acuta con tanti exempla, esempi edificanti.
Cosa fa il poeta? Accoglie dei personaggi storici e li fa parlare, ricorrendo proprio alle loro parole, in una sorta di Spoon River. La resa che se ne ottiene è di immediatezza massima attraverso la massima semplicità di dettato. Spogliata la tragedia dei suoi orpelli decorativi, accantonato ogni legittimo sperimentalismo ed ogni arditezza prosodica, ogni eventuale preziosità, con un abbassamento di tono e di registri, la parola riacquista, pur in quel tremendo contesto, una sua densità domestica, una familiarità che la rende riconoscibile a tutti. Più spesso sussurrata che gridata e perciò d’un risultato più convincente: «Cara mamma / caro fratello / cara sorella io muoio per un mondo / che splenderà con luce tanto forte / con tale bellezza / che il mio stesso sacrificio è nulla» (Anton Popov, anni 26, insegnante, fucilato il 23 luglio 1942), «Mammina cara, / ho una notizia ben triste da darti / ti prego sii coraggiosa, / sono stata condannata a morte. / Forse questa sera sarò giustiziata. / Oggi è una giornata bella e calda, / questo per me è un simbolo / dell’amore che vedo spuntare. Approfittatene» (Fernande Volral, anni 24, ghigliottinata il 7 agosto 1944), «Cham contadino di anni quattordici / chiuso nel campo di concentramento/ di Pustkow (Galizia) / ucciso in data non stabilita…». Lettere di condannati a morte.
I sentimenti si solidificano, per così dire, in episodi reali e in una condizione storica complessiva, la Resistenza, la guerra partigiana in terra d’Emilia, con i morti di casa, come i sette fratelli Cervi, i cinque fratelli Manfredi, i tre fratelli Miselli. I sentimenti più elementari, ricondotti alla terra, alla cultura contadina, solidarietà pietà libertà, ma soprattutto senso della comunità. Guerra partigiana è guerra civile. E qui Roversi ha una stupenda intuizione linguistica nella sua essenziale didascalicità: «È una guerra politica, / popolare, / fuori da ogni finzione, / “una guerra civile” / o per la civiltà». Per questo valse, ma varrà sempre, anche morire. Ed è ciò che la memoria distratta non può cancellare, perché ci pensa la storia, nei suoi ricorsi, a rammemorare. L’allerta, insomma.
l’Unità 2, 20 aprile 1996.