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Un colloquio con Roberto Roversi

Roversi ci accoglie nella sua casa di Via San Gervasio in un salotto pieno di libri con una piccola scrivania su cui sono appoggiati i fascicoli originali della rivista Officina uscita a Bologna tra il 1955 e il 1959. Noi siamo un gruppo dell’Università Primo Levi e abbiamo chiesto di incontrare Roversi a conclusione di un corso lungo e complesso su Dostoevskij, Musil, Rilke: un itinerario che ci ha portati nei dintorni di Roversi, Pasolini, Serra, Leonetti che quegli autori avevano amato fin dagli anni del liceo.

Sullo scaffale il testo di una canzone su Obama musicata da Lucio Dalla, ma non ancora resa pubblica. Carte di lavoro, il terzo numero di nuova pubblicazione – Foglio degli eremiti: “un bicchiere d’acqua, dice – non il fiume Po –”. “Può ricevere solo cartelle di 90-100 righe”. Sulla sedia il catalogo editoriale della libreria antiquaria Palmaverde appena pubblicato da Pendragon. Spiccano i nomi del giovane Pasolini, di Franco Fortini, Francesco Leonetti, Angelo Romanò i “meccanici” di Officina, amici del Galvani, scrittori e poeti che da lì a qualche anno sarebbero entrati nella cultura italiana con autonomia e potenza.

Roversi, ottantasette anni è un uomo molto bello, con i capelli bianchi, l’eleganza naturale del blu e del grigio e gli occhi trasparenti. Entriamo subito in argomento. Ci mostra le foto di gruppo sui colli bolognesi, con Pasolini, Leonetti, Serra, Romanò e poi le foto della redazione nel 1955, di Via Rizzoli al numero 4 con Scalia, Serra, Romanò.

 

Parliamo del liceo Galvani, dove il fascismo non era evidente, se non per sottrazione: “alcune cose non potevano essere insegnate, perché c’era la censura. Prevaleva la dolce ingenuità della gioventù”. “I primi due articoli” dice “li ho scritti per l’Architrave un giornaletto dei GUF, il terzo articolo per l’Avvenire d’Italia considerato di odore antifascista. Ma in noi c’era una ‘sacrosanta e ingenua ignoranza’ anche quando ci recammo in Piazza maggiore con la bandierina, nel 1936. C’era moltissima gente dappertutto. Solo nel 1945 quando Togliatti fece il comizio a Bologna rividi altrettanta gente. In realtà l’Italia non ha fatto i conti davvero con il fascismo, non si è interrogata abbastanza in profondità sul consenso che aveva ottenuto”.

 

– Tu eri già amico di Pasolini.

“Andavo spesso a casa di Pasolini in Via Nosadella. Si parlava di tutto e si preparava il teatro irlandese assieme a Luciano Serra, oppure ci si sedeva da qualche parte a parlare di letteratura. Il primo settembre del 1939 eravamo ai giardini Margherita, c’era anche Leonetti e parlavamo di una nuova rivista da fare, il nome che avevamo immaginato era Eredi. Un uomo ci informò che la Polonia era stata invasa. Venimmo a sapere in questo modo che la Seconda guerra mondiale era iniziata”.

 

– Com’era il liceo Galvani?

“Al liceo c’erano professori bravissimi, di italiano, greco. Il nostro insegnante di storia era Valli, molto bravo considerato un po’ di sinistra. Durante una celebrazione delle elezioni del 1921 fu talmente efficace a usare l’ironia che considero quella la prima vera iniziazione all’antifascismo. Accanto al Galvani, nella chiesa di Santa Lucia c’era la palestra senza riscaldamento. Facevamo ginnastica con il cappotto addosso. In terza liceo ci fu una leggendaria camminata sui colli bolognesi, ma io non ci andai e fui rimproverato per questo. La finestra dava sui tetti e spesso uno di noi si sdraiava e restava lì a guardare il cielo. Io mi vestivo con i niker booker che mi dava uno zio. Abitavamo in Via Rizzoli. Ero amico di Antonio Meluschi e Renata Viganò. Meluschi era un poeta che era stato in carcere con Gramsci. Al liceo c’era anche Agostino Bignardi che scriveva ottime poesie e poi è diventato il segretario del partito liberale”.

 

– E Renzo Renzi?

“Renzi l’ho conosciuto dopo; sapeva tutto del cinema americano e francese. Ci portava al Manzoni di Via Indipendenza a vedere gli ultimi film che magari non andavano giù ai fascisti”.

 

– Quale libreria frequentavi?

“Andavamo alla libreria Cappelli o alla libreria Galeri in Via Indipendenza. Ero in quinta ginnasio, il libraio mi concedeva di salire le scale, era un privilegio. Trovai in questo modo i libri di scienza della storia di Vico pubblicati da Treves”.

 

– Com’era Bologna?

“La Bologna di allora era ancora piena di odori campagnoli, era un pezzo di Italia contadina; si sentiva l’odore del mosto in Via San Vitale e via Santo Stefano e i moscerini da tutte le parti”.

 

– Come vivi oggi il rapporto con la sinistra?

“Non sono mai stato un iscritto, ma ho sempre apprezzato il Partito comunista italiano e il marxismo. C’è una differenza fondamentale fra marxismo come progetto di società ancora attuale e comunismo come quello applicato nell’Urss di Stalin. Purtroppo ho l’impressione che oggi a sinistra ci sia un vuoto assoluto”.

 

– In questo periodo si celebra, tra molte polemiche, la storia dell’Unità d’Italia, cosa ne pensi?

“Mi ha sempre affascinato la storia del Risorgimento. Lessi Cavour prima di Ungaretti. Ero assistente alla cattedra di storia del risorgimento nell’Università di Bologna. Cavour è stato il vero genio, Garibaldi capiva poco di politica”.

 

– Ma leggeva Marx.

“È vero”.

 

– Io e i miei amici venivamo spesso nella tua libreria, la Palmaverde, quando era in Via Castiglione, ricordo il clima straordinario, i libri rari e quel colore particolare che ricordava l’anima di Bologna. Ora la libreria è stata consegnata alla coop, la casa editrice Pendragon ha reso noto l’elenco delle pubblicazioni edite da Palmaverde, ma il il tuo archivio personale, le carte della tua vita dove le conservi?

“Il mio archivio personale l’ho donato al comune di Pieve di Cento, dove stava la mia famiglia di origine di cui faceva parte anche un monsignore, lo zio Gigio. Ricordo che quando morì accompagnai mia madre al suo funerale e quella volta, per un vecchio di 102 anni, davanti a numerosi prelati, i giovani di Pieve di Cento organizzarono uno dei primi concerti rock in chiesa. Fu un’esplosione di suoni, un vero segno di modernità. Pieve di Cento è un comune molto efficiente e ricco di iniziative. Nel palazzo dove è collocato il mio archivio ci aveva abitato Ugo Foscolo quando era un ufficiale napoleonico a Bologna. In Italia purtroppo non c’è una cultura seria dell’archiviazione. Materiali preziosissimi giacciono abbandonati; spesso è il caso a decidere, come quando Eva Grigorovich si recò a Roma, trovò la chiave di un archivio semiabbandonato e lì c’erano le lettere di Michelangelo”.

 

– Cos’è la poesia?

“L’ho sempre considerata uno dei tanti sistemi di comunicazione. Il suo campo specifico è la parola e il poeta segue le vicende della parola. La poesia è come un’ape e la parola è il miele. Tanti scrivono oggi, ma era la stessa cosa al tempo di Dante e Petrarca. Di tanti non è rimasta traccia; soltanto Dante, Petrarca, Cavalcanti, Guinizzelli sono ancora considerati autori classici in quanto hanno saputo esprimere sentimenti, emozioni, fatti con parole diverse, alte, specifiche. Non esiste un poeta incoronato o laureato, ma solo una comunicazione poetica fondata sulla specificità e l’altezza della parola. L’esempio più chiaro lo troviamo in Omero quando a proposito del mare dice ‘il mare insonne’ anziché il mare che non dorme mai. L’aggettivazione è fondamentale, ma solo quando le parole da sole non sono sufficienti a esprimere un’emozione o un concetto. La poesia è una struttura, come direbbe Jakobson, che si può montare e smontare e da cui occorre sottrarre le aggettivazioni inutili. Del resto Officina era nata per elaborare una nuova cultura e forgiare un nuovo linguaggio”.

 

Sono passate due ore, è il momento di salutare Roversi e augurargli buon lavoro.

 

Bologna, maggio 2010

Università Primo Levi

 

 

 

 

Informazioni aggiuntive

  • Autore: Otello Ciavatti
  • Tipologia di testo: testimonianza
  • Anno di pubblicazione: maggio 2010
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